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𝓛𝓪 𝓜𝓮𝓶𝓸𝓻𝓲𝓪 𝓭𝓲 𝓖𝓲𝓸𝓷𝓪𝓽𝓪




12 anni. Anno 1940.


Ero sul portico di casa a giocare con mio cugino.

Lui aveva questo camioncino dei pompieri di latta. Era ossessionato da quell’aggeggio. Ci viveva in simbiosi, sembrava quasi un precursore dei cellulari con cui convivono i giovani di oggi.

Al tempo abitavamo in una casa di campagna, abbastanza distanti dalle città. I nostri momenti di gioco erano rari, motivo per cui ho cristallini in testa i ricordi di quando accadeva.

Era un pomeriggio di primavera, l’erba tornava al suo splendente e rigoglioso verde. In mezzo a quel mare verdognolo spuntavano piccole sfere di svariati colori, i primi fiori.

Ricordo che era circa metà pomeriggio, il sole picchiava forte per essere inizio aprile.

Io non avevo nulla di simile a quell’elaborato camioncino. Dovevo arrancare con la fantasia, o procurarmi giochi costruendomeli, questa necessità ha sicuramente sviluppato la mia abilità nei lavori manuali.

Dopo aver giocato a nascondino avevamo optato per divertirci con il camioncino. Avevamo deciso di fare a turno, e chi non aveva il camioncino doveva improvvisare lo scenario del viaggio. Era stato bello fino a quando mio cugino non decise di fare l’egoista e non concedermi il turno.

Non ci avevo più visto, mi ero avvicinato a lui e gli avevo strappato il camioncino dalle mani. Lui prese a sbraitare come non mai, arrivò mio madre che cercò di placare gli animi ma l’unica cosa che ottenne fu che io posai il giocattolo a terra e gli diedi un calcio, il camioncino partì alla svelta (quasi come se fosse davvero esploso un incendio da qualche parte) e si fermò solo quando incontrò la testa di mio cugino, il quale si era coricato a terra per potenziare i capricci.

Dopo la botta il piccolo aumentò i gridi e io mi presi uno schiaffone da mia madre.

Egregio, ero stato fregato due volte.


~ Igor



17 anni. Anno 1945.


Quel febbraio la gelata persisteva. Sin dalle prime nevicate di fine novembre la cortina compatta e brillante dell'inverno, spessa, dove va bene, mezzo metro, sembrava l'unico schieramento di quella guerra che non volesse cedere un centimetro della sua posizione: tutti gli altri partecipanti, invece, non stavano fermi un attimo: saltavano, volubili come l'uomo, tra boschi e alture, villaggi e città, nascondigli e fattorie, campagne e canali.

Anche noi ci nascondemmo in un canale: era un gioco, non credevamo a chi voleva darci un fucile in mano. La mia adolescenza in cascina l'ho dedicata a spalare la merda nelle stalle, a nutrire i conigli, a pulire budelli, e anche noi mutavamo per necessità: un giorno un salame a un tedesco, il giorno dopo a un garibaldino; volevamo solo la pace, incoscienti di cosa rischiassimo ogni volta.

Il corridoio di vetro grigio era il nostro campo di battaglia; eravamo in tre, io il più grande e il più coscienzioso. Sapevo che non era un lavoro da fare, ma non potevo tirarmi indietro e passare per debole. Stavo distante dagli altri mentre scivolavamo sulle nostre scarpette logore; mi credevo il più furbo, l'unico senza guanti. Continuavo a lamentarmi come un vecchio, dicendo che tutto questo era una sciocchezza, che non erano cose da fare. Intanto echeggiavano mitragliate da sud, sulle colline, un suono distante e quotidiano.

Poi l'incubo scoccò la sua freccia, la sua mitragliata, nella realtà: lo scemo davanti a me, un bambino, cadde con un tonfo nel ghiaccio spaccato, uno strato più sottile di quel che sembrava; sotto, quel tanto d'acqua da farci un bagno gelido. Lo scemo rideva e la crepa pure, la quale, come un fulmine bianco, corse sulla superficie fin sotto le mie gambe. Caddi con le mani nude in avanti e affondai una lastra di ghiaccio nel liquido livido, gettando un urlo di tragica consapevolezza.

Gli altri due si divertivano ad avanzare, sprofondare e ridere di me. Arrancai fino alla riva di cemento, mi aggrappai al bordo senza sensibilità alle mani, mi rannicchiai in posizione fetale: voltavo la testa e li riempivo di insulti, mentre sghignazzavano tra acqua e ghiaccio.

Era impossibile risalire da lì, bisognava scendere e ritornare all'altra sponda. La voglia di sopravvivere mi fece ricordare che poco più in là c'era la scaletta della mia salvezza: l'avevo vista prima mentre scivolavo guardingo. Scesi e avanzai in testa al gruppo mentre ogni passo era una zolla di ghiaccio che affondava. Poi di nuovo la stabilità: colmo d1angoscia impartivo l'ordine di strisciare i piedi con cautela, sperando che il vetro non cedesse.

Quegli attimi eterni di parole d1incoraggiamento a se stessi non terminavano, mentre gli orribili suoni delle crepe si alternavano ai morbidi trilli di morte in lontananza e, di fronte a questo contrasto paradossale, la vergogna già bussava alla coscienza.

Forse sprofondai di nuovo, prima di risalire sul sentiero che costeggiava il canale. La memoria conserva ancora le beffe di fronte ai miei piagnucolii tornando a casa; sentivo freddo dentro: il sangue, ghiacciatosi nelle mani, era arrivato al cuore.


~ Giacomo



20 anni. Anno 1948.


I capelli di Giorgia erano di un particolare colore ramato.

Ogni volta che mi apprestavo ad osservarli mi procuravo una stupefacente sensazione di perdita di contatto con la realtà. Ero in un anonimo bar di Torino, una delle prime attività che avevano avuto la forza di riprendersi dopo la guerra, eppure quell’intricato groviglio di capelli mi portavano in posti distanti. Vedevo scorci di luoghi montanari. Delle baite. Forse catturati in qualche libro e registrati nel codice della mia memoria.

Mi sentivo orfano di quei posti, come se avessi vissuto qualcosa di estremamente piacevole molto tempo fa e ora ne sentissi la mancanza.

Appena riuscivo a distogliere l’attenzione da Giorgia, finivo il mio caffè e cascavo in un turbinio di pensieri folli e spaventosi.


Quando questa procedura capitò per la terza volta mi decisi a parlarle assieme.

Ci conoscemmo e dopo un po’ di tempo visitammo una baia in Val d’Aosta.

Fu lì che capii: non era il ricordo di una qualche fotografia, semplicemente era una visione dal futuro.

Capita quando incontri le persone affini che ti cambiano la vita.


~ Igor



23 anni. Anno 1951.


La gonna a ruota fino alle caviglie era il massimo della bellezza per una ragazza degli anni '50. Niente a che vedere con gli ombelichi scoperti o le gambe scosciate che spopolano tra le mie nipotine. Era quel vedere non vedere che ci mandava su giri, a noi uomini. Giorgia, quella domenica al luna park era un incanto. Faceva impallidire qualsiasi marchingegno avveniristico in Piazza Vittorio Emanuele. Nessuno di noi giovani l'aveva mai visto, figurarsi farci un giro sopra. Gli anni della guerra avevano impedito lo svilupparsi delle giostre itineranti e nessuno di noi torinesi aveva abbastanza soldi per pagarsi un viaggio a Roma, o peggio ancora, possedere la tessera del Fascio per poter assistere agli spettacoli viaggianti senza subire noie.

Ordinammo due chinotti San Pellegrino, indecisi su quale giostra salire per prima, quando Ettore pensò bene di essere d'accordo con me, sull'incanto di Giorgia. Le offrì un giro sul carosello ed io rimasi a terra, con in mano le bottiglie fresche e lo sguardo stralunato. Giorgia non sapeva che volevo salirci per la prima volta solo con lei.

La sua coda alta, tenuta da un fazzoletto di lino blu, mi passò davanti per cinque rotazioni, prima che decidessi di saltare su, senza biglietto. Rimediai uno spintone, due cazzotti e vetri rotti sotto le scarpe. Con le suole appiccicose di chinotto, il giostraio mi accompagnò giù, vietandomi l'accesso per tutta la giornata.

Giorgia aveva liquidato Ettore, quando aveva capito che non era stato solo galante, offrendole il giro. Ma la nostra esperienza sul carosello fu irrimediabilmente rovinata dalla mia gelosia. Si allontanò dalla piazza con il suo insolito incedere molleggiato, scomparendo tra suoni stonati di fisarmoniche e profumi dolciastri di noccioline e limoni.

La gonna a ruota fino alle caviglie era il massimo della bellezza per una ragazza degli anni '50, ed il mio carattere fumantino il massimo dello squallore per un ragazzo innamorato.

Da quel momento, ho sempre detestato i Luna Park.


~ Carola


30 anni. Anno 1958.


Io e Giorgia ci sposammo a settembre dell’anno del Signore 1958.

Fu l’unico giorno di sole di quel mese, l’estate ci abbandonò in fretta.

Avevamo in vita ancora quasi tutti i nostri parenti, a ripensarci adesso mi si chiude lo stomaco. Vedo i volti dei nostri genitori, vedi il volto di mio zio Mario e di mia cugina Claudia. Sono tutti quanti morti di mali orribili, soffrendo fino alla fine.

Claudia addirittura ci abbandonò all’età di 26 anni.

La cerimonia iniziò più tardi del previsto e fu parecchio lunga, ma questo non tolse il sorriso dal volto degli invitati.

I luoghi in cui gli esseri umani vivono emozioni intese si impregnano di energie positive o negative, a seconda dei casi.

Ecco.

Potessi tornare per un istante nella chiesa del piccolo paese canavesano in cui ci sposammo sento che riuscirei a evocare le sensazioni di quel giorno disperso nella linea del tempo.

L’idea di rimpinzarmi fino a scoppiare mi solleticava l’appetito da una settimana, poi c’era la felicità pura e cristallina che mi consegnava l’immaginazione vedendomi svegliare tutte le mattine di fianco alla donna che amavo. Le preoccupazioni di tutti lasciate distante dal quel momento.

Era quasi un evento staccato dal resto dei giorni vissuti fino a quel momento.



Al tempo la giornata sapeva di rose.



Oggi, ahimè, sa solo di crisantemi.



~ Igor


38 anni. Anno 1966.


Sento Marco singhiozzare dalla camera accanto.

Vedo una fioca luce provenire dal corridoio.

Mi alzo di scatto recuperando rapidamente le mie facoltà mentali annebbiate dal sonno. Entrato nella camera di Marco vedo Giorgia in piedi a coccolare il piccolo che non vuole saperne di calmarsi.

«Credo non stia bene, ha la febbre.»

«Dici sia una cosa grave? Chiamo Alessandro per chiedergli la macchina?»

«Sì, penso sia meglio andare in ospedale.»



Il riflesso dei lampioni si susseguono sui vetri dell’automobile.

Il profumo di tabacco impregna tutto l’abitacolo.

Giorgia è costantemente sull’orlo delle lacrime. Prendo il piccolo Marco per un po’, non ha ancora smesso di lagnarsi, quel corpicino sta soffrendo parecchio.



In ospedale afferrano l’essere umano in miniatura e lo portano distante da noi.

La testa mi gira.

Giorgia scoppia in lacrime.




Dopo due giorni di fatiche possiamo finalmente riportare a casa il piccolo Marco.

Non ricordo nulla di cosa siano stati quei due giorni.

A parte il costante terrore di star per perdere nostro figlio all’età di due anni.


Per fortuna così non fu.


~ Igor


42 anni. Anno 1970.


Filtro giallo, i colori caldi sono esasperati in questo ricordo.

Butto giù il quarto bicchierino di Fernet-Branca, scorre nel mio esofago incendiando ogni tratto. Quella sensazione mi procura una cosa simile a una scarica di adrenalina.

Mi allontano dal bancone e torno a centro pista ondeggiando con i fianchi, raggiungo mia moglie Giorgia che mi cede le mani con grazia proponendomi di danzare assieme a lei.

È il matrimonio di suo fratello, Giovanni, un povero diavolo a cui sono andate tutte storte fino a quando non ha incontrato quella che si presume essere la donna della sua vita, Carlotta.

Il clima è parecchio rilassato, si stanno tutti divertendo. Percepisco gli odori della stanza: superalcolici, sudore, aria umida, la musica che risuona così forte da riuscire ad assorbirla anche con l’olfatto.

Appoggio il mento sulla fronte di Giorgia chiudendo gli occhi e continuando a ballare. In seguito ci scambiamo quello che a me pare un eterno scambio di sguardi accompagnato da un sublime senso di pacatezza. Senza proferire parola ci siamo detti quanto ci amiamo.

Siamo sposati da più di dieci anni, abbiamo un bambino e una bambina. Lei ha un buon impiego in banca e io sono responsabile di un supermercato Standa.

Non ce la passiamo affatto male.

Il mio flusso di pensieri zen viene interrotto da una mano che cinge la mia spalla staccandomi bruscamente dall’abbraccio di mia moglie.

«Gion, vieni che ti offro un paio di bicchieri.»

«Eh, Giovanni, ne ho già bevuti troppi.

«Sì ma non offerti da me.»

«E dopo chi riesce a guidare per tornare a casa?»

«Lascia stare, è una domanda a cui darai risposta più tardi.»

In sottofondo sento Giorgia dare del cafone a suo fratello.

Arrivati al bancone Giovanni chiede due bicchieri di Petrus e un paio di whiskey.

«Ma vuoi farmi stare male?»

«Ci si sposa una volta sola caro Gion!»

«Di questo passo non ne sarei troppo sicuro!»

Scoppiamo in una risata comune. Arrivano i bicchierini di Petrus, li gettiamo nello stomaco con un rapido sorso per poi passare ai whiskey.

La sensazione zen aumenta in un istante.

Quanto è bello essere qui.


~ Igor



La memoria di Gionata con mezzo sfondo
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Genesi:


Film/Serie TV


The Last Days of Ptolemy Grey (2022)


Le pagine della nostra vita (2004)


Libri


Walter Mosley - The Last Days of Ptolemy Grey


𝐷𝜇𝜌𝑙𝜀𝜘 𝜌𝜎𝜀𝜏𝜄𝑐𝛼




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