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ℂ𝕝𝕠𝕟𝕖




Igor


L'incontro che desidero


Pieno luglio, imbrunire.

Una leggera brezza estiva congeda finalmente il caldo della giornata.

Igor sta passeggiando per Barone.


Anche il più insignificante angolo di quel piccolo paesino canavesano è in grado di portargli alla mente qualche dolce ricordo. Sulla sinistra vede la sua vecchia casa (rami della betulla come altalena seduti su un muretto sotto un cielo stellato con in mano un libro sugli UFO), di fronte invece si trova la casa della nonna di alcuni suoi amici (morte morte morte), se si continua dritto si va al centro del paese (la catena della bici che scorre libera in discesa tornando a casa dopo il catechismo del venerdì pomeriggio). Lui decide di salire sulla destra e passare davanti al parco giochi in legno.

S’immerge in altri ricordi fino a quando quel flusso di miele cerebrale non viene interrotto dalla visione di una piccola e famigliare sagoma che si nasconde dietro allo scivolo.

«Igor?»

Il fanciullo si sporge leggermente.

«Sei t… sono io?»

Il piccolo si avvicina e il volto viene illuminato.

È Igor, da bambino.

«Vaffanculo Igor.» dice il bambino con l’inconfondibile rotacismo.

«Vaffanculo?»

«Si.»

«E perché mai?»

Spallucce.

«Il pulmino ci stava portando a casa, aveva appena nevicato. Ero seduto in fondo a parlare con Guido e poi mi sono ritrovato qui.»

«E il vaffanculo sarebbe per farmi capire che è colpa mia?»

Spallucce.

«Ascolta, io stavo semplicemente passeggiando rivangando ricordi. Non so come tu sia apparso.»

«Hai desiderato troppo forte.»

«Cooosa?»

«Hai desiderato troppo forte, hai voluto tornare bambino ma non si può.»

«Io stavo solo ricordando.»

«No, tu stavi desiderando. Rimpiangendo.»

«Saputello.»

«Quello è mio fratello, non io.»

«Lui come sta?»

«Boh, è piccolo.»

«Mi manca.»

«Sta per tornare dall’università. Eccolo, ha chiuso la porta di casa adesso.»

«Sì, lo so, ma non è la stessa cosa… ma l’elicottero con il pitociu in miniatura l’hai mai più ritrovato?»

«No, si è rotto anche l’abitacolo.»

«Peccato, mi faceva stare bene.»

«Anche a me. Mi ricordava quando ero piccolo.»

«Ma tu sei ancora piccolo.»

Spallucce.

«Sei triste?»

«Voglio tornare sul pulmino per andare a giocare con la neve.»

«RVD?»

«Rob Van Dam. Ho trovato la figurina ieri, volevo scambiarla con quella di Kurt Angle ma poi non l’ho fatto.»

Il protagonista si avvicina alla sua versione da fanciullo e lo abbraccia.

«Non ti perderò.»

«Ma lo sai che ti costerà tante cose?»

«Certo, eppure senza di te vivere non avrebbe senso.»

«Io non vedo l’ora di guidare la macchina.»

«Arriverà quel giorno, così in fretta che neanche te ne renderai conto.»

«Lo spero tanto.»

«Ascoltami, ora: senza farti sgamare, appena puoi abbraccia i nonni. La Tere, Mariuccia, il nonno Toio e Giuse. Ti chiedo solo questo.»

«Gli dirò che è un abbraccio che viene dal futuro.»

«Sì, va bene.»

«Ci rivedremo?»

«Te l’ho detto, non ti perderò.»

«Ma quindi non ci rivedremo?»

«Solo poche volte. Ma sì, ci rivedremo.»

«Le bugie hanno le gambe corte.»

A Igor adulto scappa una risata.

«Mentre tutta la scenografia dell’infanzia verrà smantellata intorno a me, io non ti mollerò. Sarai sempre qui.»

La sagoma di fronte a lui svanisce.

Ma non quella all’interno dell’iride di Igor.



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Giacomo


Incontri il tuo clone


Putin aveva appena invaso l’Ucraina.

Quel venerdì un amico era sceso da nord est per lavoro. Si trattava di una sera stellata e appena ventosa, già piena di quegli odori che l’inverno, per quanto fosse stato anomalo, non aveva potuto offrire. Caricai in auto Pietro e Federico e presi quella strada percorsa decine di volte negli ultimi tre anni. Era sempre stato un tragitto d’entusiasmi e riflessioni, un piccolo viaggio di bellezza in cui l’ambiente mutava repentinamente in nemmeno venti chilometri. Dovevamo andare da Rosa, il nostro locale, rifugio di pace e seme della divisione.

L’amicizia con Pietro e Federico è, come direbbe un popolare psichiatra, come una pianta grassa: le basta davvero poca acqua ogni tanto, troppa può pure guastare, e questa cresce maestosa, piena di nuove spine e protuberanze. Quello che chiamano amore è probabilmente un’altra cosa, è come del fragilissimo basilico senza ripari, dal profumo intenso ma alla mercé di ogni minaccia cosmica.

Ricordo, durante il viaggio con i due vecchi amici, le risate, il racconto di vecchie faccende e le serie argomentazioni sulla contemporaneità. Margherita ci attendeva al locale dopo aver finito il suo turno. La novità della serata era un vecchio classico: Rosa si era rimessa a fare i panini con la salsiccia. Come al solito, lo ordinavo solo con cheddar e un po’ di senape, il tutto accompagnato da una lattina di Coca-Cola per unire, come sempre, la celebrazione della tradizione all’orgoglio di essere cittadino di una colonia NATO, sprezzante verso quel criminale ex-KGB. Seduti al nostro tavolo di legno massiccio, vicino a quel corridoio rosso che sembrava aprire agli avventori un buio altrove, attendevamo solo più lei, lì da Rosa. Questo suo nome mi riporta al passato, a quegli spettri che abbracciano un attimo di solitudine.

La rosa che le comprai, trattando un buon prezzo, da quel bangla ambulante di Rivoli centro, l’avrà poi buttata in qualche fossa nei pressi di casa sua, magari insieme alla mattonella levigata del Golfo di Noli e alle nostre foto ingenue, come il mio piano americano mentre la fotografavo in una sala della casa coloniale di Leri Cavour. Corroso da uno stupido tormento con cui credevo, e credo, di non poter mai far pace, e che di certo ha invece contribuito a scaraventarmi fuori dal posto in cui, forse inconsapevolmente, amavo più stare, quella volta decisi di farla felice con un semplice regalo. Lei sembrava voler dire: «No, non farlo, non sprecare soldi.», ma non aspettava altro. Era sempre sul mobile dal suo lato del letto. Finché mi accolsero quelle lenzuola fredde la vidi lì, appassire e mummificarsi di settimana in settimana come il nostro noi.

La vidi entrare, vidi che salutò Margherita, quella che era la sua migliore amica. Tutti la salutarono tranne me: a quanto pare la davo per scontata, e la cosa, silenziosamente, faceva male a entrambi. Io, Pietro e Federico eravamo presi dal cibo e dall’euforia delle nostre narrazioni tra uomini di vecchia conoscenza, dai fuochi d’artificio di sarcasmi e aneddoti. La guardai e pensai che era bellissima, ma la sua immagine era come se accennasse ad allontanarsi da me, come se fossi io a lasciarla andare per sempre. Qualcosa mi diceva di alzarmi e fare quello che andava fatto. Tuttavia preferii continuare a fare il coglione con i miei due amici. Lei cominciò a conversare con Margherita e la serata sarebbe finita così.

Poi è successo l’inspiegabile. Quella sera da Rosa è giunta un’altra persona. Un uomo coperto da uno strano cappuccio si stagliò improvvisamente tra i legni dei perlinati e quelli dei tavoli appiccicosi, delle sedie e delle panche, tra la sala lunga e stretta dirimpetto al bancone, all’opposto dell’ingresso, e lo spazio al di qua della porticina da saloon sempre ben spalancata: il locale del biliardo. Era così chiara la sua figura scura in mezzo a tutta quella luce grassa del locale: stonava come un tritono col rosso di vecchi poster e con le bandiere, le targhe d’America, le foto sbiadite e le donne discinte ritagliate da riviste erotiche.

Lo guardai. Era me, tra moltissimi anni. Già sapevo cosa avrebbe fatto, perché già sapevo cosa avrei fatto nel mio futuro se avessi avuto a disposizione la tecnologia per tornare indietro. Mi alzai, pronto. Me si avvicinò. Lo schiaffo non aveva bisogno di parole d’accompagnamento. Gli amici sussultarono, scioccati e paralizzati da quella presenza vaga, determinata nell’agire. Lei urlò, poi pianse avvicinandosi a noi due.

Io giacevo a terra sul lucido battuto di terrazzo alla veneziana. Mi alzai e le dissi, mentre guardava me terrorizzata lanciando rapidi sguardi verso di lui: «Non preoccuparti, qui sono tutti dalla mia parte, anche chi mi colpisce.» Sentivo pulsare lo zigomo, la vista era confusa. Me mi disse: «Seguimi.» L’andito di Rosa che porta al cesso non si dimentica: sembra quello di un night club, ma in fondo si intravede una vecchia porta che sta appena in piedi sopra tre gradini e che pare strappata via da un casolare abbandonato tra la nebbia e il vino del LeccaPo. Me si voltò verso di me a metà corsa, il muso duro e le spalle larghe. Intanto, dietro di noi, si era formata una piccola folla, e forse Rosa aveva abbassato al minimo il volume della solita Radio Freccia.

Illuminati appena dal calore che solo quel locale poteva offrire, avvolgendoti ogni volta come la prima volta che ci entri, potevo cogliere con la coda dell’occhio sinistro gli avventori di Rosa assiepati e curiosi all’imbocco del budello rosso, potevo intuire le loro espressioni inebetite e ubriache come se fossero stati imprigionati dietro uno schermo verticale; nel frattempo restavo al buio di quell’andito e quel me stesso del futuro emergeva dall’oscurità con un muso bianco e truce.

«Quanti schiaffi vorrei darti ancora?» mi disse. «È esattamente quello che ho sempre pensato: potessi tornare indietr…» Me mi interruppe: «E lo penserai ancora! Quante volte ho ricordato questa sera qui da Rosa, e quante volte ho sognato di tornare indietro per fracassarmi di botte.» Ripresi: «Sì, tu sei proprio me.» Me riprese: «La ascolti già quella canzone dei Fbyc, che recita: continuo a guardarmi alle spalle e a vedere gli sbagli che ripeterò. Il passato, nostro unico patrimonio, ecco come vi crogiolavate tu e Pietro, solo poco tempo fa, nella vostra malinconia di comodo; queste frasi a effetto, questi motti che vi fanno passare la serata come se l’aveste trafitta con una stoccata beffarda, un gesto d’orgoglio contro il mondo che ancora una volta vi fa galleggiare e sentire un po’ sopra di esso.» Rimasi in silenzio a guardarlo mentre scandiva quelle parole con la mia voce.

«Sequel l’hanno suonata al concerto, ti ricordi? Lì hai fatto una buona azione. Ma questo non basterà.» «E cosa dovrei fare?» Me disse: «Sai che non lo so. Non voglio aggiungere altro. Ho imparato col tempo a essere meno chiaro, la chiarezza mi ha portato solo al male della verità, componente della vita che può essere non così importante. Se proprio vuoi un consiglio, non fidarti del giallo: il giallo è il colore dell’infedeltà.»

Infine mi consegnò un modellino di uno stealth della U.S. Air Force regalatomi da papà molti anni prima. «Qui c’è ancora qualcosa di sacro, di separato da tutto il resto.» Poi corse sparendo dietro la porticina sopra quei tre scalini rumorosi e forse venne risucchiato dentro quella turca, incastrata in una specie di bagno che poteva funzionare bene da ripostiglio per le scope.



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Zamu


CLONIUM - Un confronto positivo


“Il successo che ottieni è il successo che vuoi”

Dalai Lama


Il 2022 era stato un anno caratterizzato da grandi delusioni, sfide e nuove opportunità. Un anno che potrebbe essere definito dell’impegno, dello spingermi oltre ogni mio limite, per ottenere ciò che desideravo nel mio cuore. Anche se tutto si stava concludendo a Luglio nel modo peggiore possibile. Ero disoccupato, solo, quasi come se tutto ciò per cui avessi lottato non fosse servito a nulla. Sia dal lato caratteriale che da quello lavorativo. Dopo aver propagandato per due anni il mito della crescita personale mi sembrava tutto una bugia, Mi sentivo quasi alienato. I libri propagandistici di risultati raggiunti solo tramite l’impegno sembrano mera carta vuota, le classiche citazioni diffuse su internet “se vuoi, ce la fai” sembravano parole vuote, specchi per allodole. In questo quadro arrivò una nuova speranza, verso la fine di Luglio: la possibilità di fare un Erasmus.

Sin da piccolo avevo sogni di lavorare all’estero, prendermi dei mesi per scomparire nel nulla, diventando una nuova versione di me stesso, più bella e indipendente. Come se da una cascata mi scivolassero di dosso tutte le delusioni e le sconfitte di questi anni, che erano accadute nonostante il mio impegno quasi tossico. Il miraggio di felicità si rivelò più duro del previsto. Nei mesi di Agosto e Settembre, dovetti utilizzare il mio più grande credo di non mollare mai e di spingermi oltre ogni limite, per raggiungere ciò che desideravo. Ben 220 richieste lavorative, che si tramutarono in un grande risultato: lavorare in una delle più grandi multinazionali francesi. Prima di partire, il 31 dicembre fui colpito da un evento che accade sempre sulla terra il Clonium.

In cosa consiste? Il tuo cervello ricrea una versione di te del passato per permetterti di risolvere traumi o situazioni negativi e aiutarti nella tua crescita mentale. La notte del 31 dicembre 2022 il mio corpo mi fece provare emozioni nuove. Mi sentivo come nel paradiso di Dante, immerso da una luce e da sentimenti mai provati prima. Pensai che il Clonium fosse la cosa più bella che il nostro corpo abbia mai creato durante la sua evoluzione. Davanti a me si palesò il me stesso del Luglio 2019. Ma chi era il me stesso del 2019? Una persona spaventata e confusa, immersa in un mare di ansie e preoccupazioni. Piena di dubbi sul suo futuro, il lavoro che avrebbe voluto svolgere. Parliamo di una persona che passò 20 giorni di Luglio solo per analizzare ogni possibile lavoro e fare la scelta migliore. Mi sentivo come se fossi immerso in una bolla di oscurità, immobile, circondato da un freddo siberiano. L’unica speranza consisteva in un piccolo bagliore, cosí fioco e debole che era indistinguibile in quel quadro depresso. Iniziammo a parlare. Zamu 2019: “Quindi tu sei il me stesso del 2022?” Zamu 2022: “Si certo e tu devi essere il me stesso del 2019? Spero che sia un Clonium positivo, questo.” Zamu 2019: “Si sono il te stesso del 2019, questo dovrebbe essere un Clonium positivo, ma nemmeno io te lo saprei dire. Questo è un fenomeno che ti sta creando il tuo cervello per la tua crescita mentale” Zamu 2022: “Ok ottimo, percepisco le tue onde celebrali davvero disperate, si vede che sei in dubbio sul tuo futuro.” Zamu 2019: “Si purtroppo è cosi’, ma nella vita una soluzione la si trova sempre” Zamu 2022: “Ottimo, hai qualche domanda da farmi?” Zamu 2019: “Come si è evoluta la tua vita? Hai trovato una tua strada?” Zamu 2022: “Non lo immagineresti mai, ma siamo stati colpiti da una pandemia globale, che ci ha fatto stare isolati per anni. Io mi sono iscritto a un ITS di digital marketing e l’ho concluso solo a questo Luglio.” Zamu 2019: “Ammetto che era tra le mie scelte preferite dopo aver analizzato tutti i lavori possibili. Hai lavorato.” Zamu 2022: “ Si ho lavorato per ben nove mesi, superando anche la paura ancestrale che non avrei mai lavorato” Zamu 2019: “ E adesso cosa punti per il futuro?” Zamu 2022: “ Non so bene cosa mi riserverà il futuro, per adesso voglia iniziare questa avventura francese, impegnandomi come sempre, ma tenendo conto che l’impegno non è sempre indice di risultati” Zamu 2019: “Ottimo mi sembra che tu abbia imparato, percepisco una crescita mentale attuata, possiamo concludere questo Clonium.” Mi risvegliai come in un sogno, mi sentivo però più sicuro e pensai risolte molte mie paranoie del passato. Il Clonium ha quasi sempre un esito positivo, un’ottima panacea per tutti i traumi o situazioni passate negative.

Mi aveva aiutato molto.

Ora ero pronto per fare la valigia, partire e vivere questa avventura positiva.

Sinceramente la mia speranza era quella di avere un altro Clonium nel Luglio 2024.


Chissà…



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Giulia


Come into my world


“Comunque Fever resta sempre uno dei migliori album degli anni 2000, Kylie Minogue è una dea”.

“Sì, sì, me lo ricordo benissimo, Can’t get you out of my head è rimasta tipo prima in classifica per mesi, io cercavo sempre di imparare la coreografia. Quella e quella di I’m a slave for you di Britney Spears. Troppo bella.”

Io e Paolo eravamo completamente diversi su vari fronti, ma potevamo perdere ore su ore parlando di musica pop, per qualche ragione che ancora non mi è chiara.

Lui era un po’ saputello, anche a causa di quei dieci anni di vita vissuta in più di me, che secondo lui gli davano credito. Ogni volta dovevo stare a sentire i suoi racconti di serate selvagge a Londra o sai tu dove a suon di musica che io potevo ascoltare solo su MTV o TMC2 o, al limite, dalle casse delle macchine dei ragazzi più grandi che si incontravano sotto casa mia.

Io non ho grandi ricordi legati ai più bei dischi di quegli anni, se non il tempo passato a fantasticare di quando sarei stata più grande e sarei stata libera di fare un po’ quello che volevo.

Io e Paolo lasciammo il bar dove ci eravamo incontrati verso le sette di sera. Il sole cominciava a tramontare e in pochi minuti, mentre ci salutavamo, il cielo virò da un timido blu a un rosso intenso, talmente intenso che mi sembrava di poterlo vedere nell’aria, a un centimetro dal mio naso. Tutto avvolto di rosso. Le macchine, le case, le persone.

“Molto aesthetic” disse Paolo, inquadrando con la fotocamera dell’iPhone le insegne al neon del supermercato lì davanti. Scattò una foto e ci salutammo.

Io non avevo voglia di tornare a casa, così entrai nel negozio e presi un pacchetto di patatine. Mi avvicinai alla cassa e davanti a me c’era una ragazzina magra, con lunghi capelli castani, jeans a vita bassa e due occhioni molto familiari. La guardai e lei fece lo stesso.

Anzi, direi che mi squadrò proprio da capo a piedi, anche se avrei dovuto squadrarla io. Tutto di lei mi era familiare, anche i vestiti! Indossava i miei jeans preferiti di quando andavo alle medie! Dei Levi’s a zampa troppo lunghi che strisciavano per terra! Persino il top lo ricordavo molto bene.

“Beh la moda dei primi duemila è proprio tornata in grande stile”, pensai.

“Mi piace il tuo outfit!”, le dissi mentre uscivamo insieme dal supermercato. Lei mi guardò un po’ male. Sì, in effetti fare complimenti a sconosciuti non è la cosa più appropriata da fare. Poi non era che una ragazzina. A prima vista sembrava una liceale, ma a guardarla bene in viso, non avrà avuto non più di 13 anni.

“Grazie” mi rispose con una voce flebile.

Il cielo era ormai diventato scuro, ma uno strano riflesso rosso si era posato su ogni cosa. La vidi mettere su delle cuffie più grandi di lei, collegate a un walkman. Chiaramente non voleva essere molestata da me. Ma poi un walkman?! Weird. Ma ok. Quella operazione nostalgia era sfuggita di mano in quel periodo.

Sfortunatamente per lei dovevamo prendere l’autobus dalla stessa fermata, quindi camminammo vicine, non le rivolsi la parola, ovviamente. Non sembrava proprio d’aria.

Potevo comunque sentire la musica venir fuori dalle sue cuffie. Era chiaramente una versione slowed + reverb di Come into my world di Kylie Minogue. Forse l’aggeggio vintage che si portava dietro non funzionava molto bene, ma la traccia suonava benissimo anyway.

Me la ricordavo bene, è la canzone con quel video dove Kylie Minogue incontra continuamente se stessa, over and over, mentre sbriga faccende in giro.

Non potevo fare a meno di pensare che quella ragazzina mi somigliasse in maniera inquietante. Ma pensai che forse avevo fumato un po’ troppo con Paolo.

Ad un certo punto un autobus si fermò. Non era il mio. Era totalmente vuoto e sul display non c’era scritto che “West”.

La ragazzina, immersa nei suoi pensieri, salì e prese il suo posto mentre a me non restava che guardare il misterioso bus sparire in un puntino rosso in fondo all’orizzonte mentre la musica svaniva in dissolvenza.



𝐷𝜇𝜌𝑙𝜀𝜘 𝜌𝜎𝜀𝜏𝜄𝑐𝛼

17 dicembre 2022 - 4 gennaio 2023

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