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Cupido nel ventunesimo secolo



(Consiglio l'ascolto di questa canzone durante la lettura).






Racconto premiato con "Menzione d'Onore Amilcare Solferini" il 28 maggio 2023.








Preparo il quindicesimo piatto della serata.


È novembre, fuori è già sotto lo zero.


Per la cena di oggi lo chef Abdi ha preparato un classico minestrone di verdure.


Vengo a dare una mano al Gruppo di Volontariato San Carlo tre volte a settimana.


Mi capita spesso di sentire le storie delle persone in difficoltà che si recano da noi per un pasto.


Ma quella di Jean è forse la più incredibile che abbia mai sentito.




«Paul! Paul vieni qui un momento!»

Era Susan uno dei capigruppo. La raggiunsi, dovevo spostare un paio di sacchi di patate e altri pesanti scatoloni. Sbrigato il mio compito tornai in sala e ricominciai a versare quello che per alcuni era il primo pasto caldo da giorni.

Tra quelli che conoscevo c’erano Raffaele, Martha, Rebi e Carlo.

Gli altri erano tutti volti nuovi.

«Carlo, ecco la tua porzione. Se questa sera rimaniamo così pochi sono certo che possiate bissare tutti quanti. Come va la schiena?» «Una merda giovanotto, proprio una merda…»

«Dopo cena fai un salto da Susan, quando si avvicina Natale la scorta di medicinali e altri oggetti aumenta sempre, sono certo che ti darà qualcosa per il dolore.»

«Agli ordini boi!» (era il soprannome che mi aveva affibbiato, intendeva la parola “ragazzo” in inglese, “boy”, ma la pronunciava direttamente in italiano).

Salutai anche Raffaele e Rebi, loro due grazie a Dio sembravano in forma. Entrambi avevano perso il lavoro poco dopo aver attivato un mutuo per grosse spese, continuavano da mesi a cercare nuovi impieghi ma non stavano trovando nulla che li potesse far uscire dal casino in cui erano finiti.

Salutai tutti gli altri e conobbi qualche nuova persona ma fu verso la fine della terza pentola a 2 maniglie (in acciaio satinato, come piaceva ricordare sempre a Abdi) che arrivò un anziano, coperto in volto da sciarpe e berretti vari.

«Buonasera, arrivi giusto in tempo, il minestrone di questa sera è una favola. Non ti ho mai visto qui, come ti chiami?»

L’anziano alzò gli occhi verso di me, erano di un marrone scurissimo, a poche tonalità dal nero. Incastonati in profondità nel volto, contornati da rughe. Il suo sguardo comunicava una tristezza vissuta da troppo tempo. Mi pervase una sensazione insolita, era come se mi stesse spiando, come se sapesse qualcosa di me che forse neanche io sapevo.

Prese il piatto ringraziando e si diresse verso un tavolo, senza dire il proprio nome.

Lo lasciai cenare con calma. Quando vidi che stava per finire il minestrone lo raggiunsi, tentando di nuovo un approccio amichevole.

Alzò lo sguardo, ringraziò nuovamente e se ne andò senza aggiungere altro.

Non si presentò più fino alla settimana prima di natale.

«Chi si si rivede! Come stai?»

Era ancora più immerso dentro berretti e sciarpe rispetto alla volta precedente, l’unica parte del volto scoperta erano gli occhi, sembrava un beduino, un Tuaregh.

«Sopravvivo… Ragazzo, per favore, versa la pietanza che non riesco a stare in piedi per molto.»

Feci come disse e lo vidi zoppicare fino al tavolo, dissi a una nuova volontaria (Jenny, una splendida e facoltosa ragazza) di provare a parlare con l’anziano.


Alla chiusura della mensa Jenny mi raggiunse, dicendo che era solo riuscita a strappargli il nome: Jean.





Sparì di nuovo per un mese circa, ritornò a febbraio, la stessa sera in cui anche Jenny era tornata dopo una lunga assenza per via degli esami all’università.

Questa volta eravamo decisi a scoprire di più su di lui, soprattutto i motivi di queste scomparse a periodi. Se per caso si trovava in qualche giro pericoloso o soffriva di qualche male.

Fu Jenny a preparargli il piatto, Jean arrivava sempre all’ultimo. Io ero seduto di fianco a Roberto, stavamo parlando di Juve con una tazza di caffè bollente davanti a noi.

Subito non me ne accorsi, fu l’occhiata di Jenny a indicarmelo (a quanto pare scelsi l’istante giusto per girarmi verso di lei ad ammirare il biondo dei suoi lunghi capelli), guardai verso Jean e feci un cenno con la mano. Lui ricambiò.

Attesi nuovamente che finisse la cena poi io e Jenny ci dirigemmo da lui.

Stava per alzarsi quando ci vide arrivare, dall’espressione del volto (finalmente aveva smesso di tenere sciarpe e berretti anche all’interno del pluriuso) capì che doveva per forza dirci qualcosa o l’avremmo “tormentato” tutte le volte. Si sedette di nuovo.

«Jean, come stai? Non vogliamo violare la tua privacy ma tutti gli altri dopo qualche mese che ci vengono a trovare si aprono con noi, molti avevano malattie semplici da curare, eppure per vergogna o Dio sa solo cosa, non dicevano nulla.»

Jean attese un attimo, mi guardò dritto negli occhi. Provai di nuovo la stessa strana sensazione della volta precedente poi finalmente iniziò ad aprirsi: «Sono solo stanco di stare su questa terra, voglio andarmene in pace ma non riesco a trovare il modo…»

Io e Jenny ci scambiammo un’occhiata, il suicidio era contemplato da molti in queste situazioni ma fortunatamente l’aiuto di gruppi come il nostro evitava spesso che queste tragedie si verificassero per davvero.

«Lo capiamo perfettamente, ma anche se il periodo non è esattamente una vacanza c’è un modo per sopravvivere. Associazioni come queste sono nate apposta. Per caso durante i mesi di assenza ti rechi da altre associazioni?»

Fece di no con la testa. Ed effettivamente avevamo chiesto in giro e nessuno dei nostri colleghi aveva mai visto o conosciuto Jean.

«Non v’interessa quello che faccio quando non mi vedete per un po’, vi basta sapere che soffro di un male incurabile per cui vi prego, lasciatemi in pace d’ora in poi. Prometto di venire più spesso se mi lasciate stare.»

Non eravamo pienamente soddisfatti di ciò che avevamo scoperto ma decidemmo di accettare questa richiesta.

Qualche sera dopo proposi a Jenny di andare a cena Da Renzo, un ristorante di specialità piemontesi e lei, con mio grande piacere, accettò.

L’andai a prendere a casa, indossava un elegante cappotto nero, i suoi capelli non erano più lisci come prima. Per via della pioggia si erano gonfiati rendendola ancora più bella. Aveva optato per un trucco scuro, gli occhi in questo modo risaltavano rispetto al resto del volto. Era a dir poco splendida.

A cena parlammo per quasi tutta la sera di Jean (per quanto riguarda le nostre famiglie, i nostri lavori, le cose personali insomma, ci eravamo già scambiati tutto durante le serate del volontariato).

Per lei Jean era divorato da una qualche forma di cancro, probabilmente gli era stato diagnosticato da qualche tempo. Lei lo paragonava a un gatto randagio che aveva vissuto nel suo cortile quando era bambina: tornava sempre con ferite assurde, non si lasciava avvicinare da nessuno, ma per qualche strana ragione visse una lunga vita felina. Quasi più del suo gatto che tenevano in casa e costantemente sotto controllo.

Concordai, anche io ero arrivato a una conclusione simile.

Finita la cena andammo a fare due passi. Era una gelida serata di febbraio, aveva smesso di piovere da poco. I lampioni si riflettevano nelle pozzanghere di fianco al marciapiede su cui stavamo passeggiando, il Barolo scaldava il nostro sangue e attraverso i nostri sguardi, le nostre risate e i brevi abbracci ci scaldavamo il cuore.

Sentivo di essermi innamorato di Jenny. Era giovane ma aveva ben chiaro come funzionava il mondo e nulla la spaventava.

Arrivati vicino all’auto ci fermammo, lei mi abbracciò. Il suo capo arrivava al mio petto. Iniziò di nuovo a piovere, la strinsi anche io, restammo così per qualche secondo poi lei si staccò, mi guardò negli occhi e ci scambiammo il nostro primo bacio.

Salimmo in macchina e presi dalla passione non riuscimmo a salutarci una volta arrivati sotto casa sua. Parcheggiai l’auto per metà sul marciapiede e salimmo da lei.

Ci spogliammo avvicinandoci al letto e una volta coricati eravamo entrambi completamente nudi. Di fianco al suo letto una grossa finestra lasciava filtrare una fievole luce di un lampione, la pioggia era diminuita ma si sentiva ancora ticchettare sui vetri.

La baciai ovunque, il sapore della sue pelle era dolciastro, le sue mani scorrevano sul mio corpo come un massaggio. La silhouette dell’inarcatura della sua schiena era evidenziata dalla luce che filtrava, lo trovai estremamente sensuale… dopodiché, arrivò la pace.

Il mattino seguente fummo entrambi un po’ imbarazzati per esserci lasciati trasportare così tanto, ma nessuno dei due ne era pentito. Era stato qualcosa di estremamente speciale.






Passarono mesi, poi anni e di Jean non se ne seppe più nulla. Nel frattempo io e Jenny decidemmo di fare le cose sul serio.

Una sera stavamo valutando l’idea di andare a convivere quando nel pluriuso entrò Jean. Ci eravamo ormai arresi all’idea che fosse deceduto.

Ci cercò con lo sguardo, in volto aveva un sorriso soddisfatto, era su una sedia a rotelle, visibilmente dimagrito.

Ci dirigemmo subito verso di lui con un piatto di stufato greco e conducemmo Jean nel tavolo più comodo.

Ci guardò come se avesse capito che qualcosa era nato tra noi due:

«Siete una delle coppie più belle che abbia mai creato ragazzi.»

Sui nostri volti apparve un’espressione interrogativa.

«Sono in vita da tanto tempo, molto più di quanto possiate immaginare. Il mio compito era essere il tramite, il motivo per far incontrare le persone destinate ad amarsi. Non sempre ci sono riuscito. Oh no, ho fallito molte volte.»

Portò una mano sul volto, si strofinò gli occhi che diventarono lucidi. «Ogni volta che riuscivo a far scattare un serio interesse sentimentale tra due persone il mio corpo si indeboliva. Era l’unico modo per diventare anziano, per andare in pensione, per morire. Ho vagato anni gustando l’idea di essere immortale ma una volta sopravvissuto a due mogli il mio cuore era a pezzi. Così iniziai seriamente a fare ciò per cui ero stato messo su questa terra.»

Eravamo a bocca aperta, sembravano una marea di stronzate ma la serietà con cui le diceva ci convinse che così non era. Volevo rispondere, fargli altre domande ma Jenny alzò la mano per farmi capire di lasciarlo finire.

«Attraverso il dolore del parto nasce la vita. Attraverso il mio dolore nasce l’amore tra le persone. Che ci crediate o meno. Vi ho unito. Siete stati il mio ultimo compito, ve ne sono grato. Una delle relazioni più straordinarie. Ora posso finalmente concludere questo viaggio. Grazie ragazzi. E ricordate che il tempo sembra non avere fine ma non è così, non sprecatelo.» Ci guardò entrambi negli occhi, poi li chiuse con calma e spirò.

Il suo corpo magro si accasciò leggermente sulla sedia a rotelle.

Il piatto era ancora stracolmo.

Proprio come la quantità di lacrime sui nostri volti.



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