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𝕄𝕦𝕟𝕕𝕚𝕒𝕝





La consegna


Racconta un episodio ambientato durante la finale dei Mondiali di Calcio del 2006, può essere un racconto drammatico, di commedia o horror.

Se qualcuno non ha nessun ricordo legato a questo episodio può inventare una storia dal nulla, l'importante è che sia collegata alla finale.



Mauro (@Mauro Rondoni)


Nove luglio Duemilasei ore 19:30

Piazza di quello che un tempo era il Cinecittà di Chivasso. Un violento temporale del pomeriggio aveva trasformato il battuto di terra e sassi in un acquitrino impraticabile, tuttavia, l’aria estiva continuava ad essere intrisa di quella calura che toglieva l’aria ormai da parecchie settimane. Sulla sinistra, il rudere dove all’apice del proprio splendore, accoglieva all’interno gli spettatori in scomode poltrone di legno. Oggi è pericolante e da diversi decenni ormai reclama una riqualifica totale, ma è sempre lì come allora a vegliare le auto che vanno e sostano.

Stavo serpeggiando a passo d’uomo tra le macchine posteggiate in malo modo, guardando a destra e a sinistra con la concentrazione di un cecchino. Non c’era più posto, manco per un monopattino e così parcheggiai anch’io sgarbatamente, rasente al muro perimetrale. Recuperato telefono e chiavi di casa dal sedile lato passeggero, uscii dall’abitacolo improvvisandomi contorsionista. Un rumore secco e metallico mi fece alzare lo sguardo al cielo chiamando a raccolta qualche santo di passaggio. Era la portiera che andò a cozzare contro un mattone sporgente.

“Tanto è già tutto pustoloso ‘sto vecchio barroccio, e bollo più o bollo meno…”. Mi dissi alzando le spalle mentre porconavo anche il diavolo.

Con lo sguardo rivolto a terra per evitare le mille pozzanghere, andai dritto verso casa. Attraversai tutta la via pedonale, da est a ovest, tra i rumori sordi di saracinesche che battevano la ritirata all’unisono. I negozi stavano chiudendo e gli ultimi clienti tenuti in ostaggio, venivano esortati a recarsi alle casse dalle commesse esauste. Non incontrai alcun volto familiare lì fuori, solo sagome con passo lesto e rumoroso, come se tutte fossero in tremendo ritardo.

“Già, fra poco ci sarà la finale”. Pensai accelerando il passo, improvvisamente condizionato anch’io dall’evento ormai prossimo alla porta. Alzai la vista per un istante, dai balconi sporgenti vidi solo bandiere tricolore richiuse ma predisposte per essere sventolate in quel cielo intriso di sudore ed afa oppure da ritirare con segreta delusione. Le finestre degli appartamenti erano spalancate, bocche in cerca di un po' di refrigerio ed i televisori, tutti, sintonizzati sullo stesso canale, Rai 1.

L’eccitazione per la finale stava scorrendo lesta sui sanpietrini per poi arrampicarsi in alto sui muri ed infilarsi infine, nelle case. Un magma irriverente, per le quali angosce e preoccupazioni quotidiane venivano spazzate ed accantonate per un paio d’ore. Poi, tutto sarebbe tornato come prima.

Nove luglio Duemilasei ore 20:30

Arrivato finalmente a casa, lanciai chiavi e telefono nel portaoggetti posto sulla credenza dell’ingresso. Tirai un sospiro, ero stanco per il viaggio e per la lunga giornata lavorativa. Sveglia quando il mondo stava ancora dormendo, aeroporto, volo, trasferimento, riunioni e di nuovo trasferimento, aeroporto, volo e casa dove nessuno c’è ad aspettarti. L’ennesima trasferta all’estero con il tempo sempre scandito e risicato.

Accesi la radio, le note di RY X riempirono gli spazi vuoti dell’appartamento spazzando via per un attimo il silenzio che dominava dal risveglio. Gettati gli indumenti in lavatrice, non riuscii a rilassarmi mentre facevo la doccia. Gli aghi di acqua fredda non erano in grado di alleggerire quel senso di spossatezza che mi portavo dietro dal mattino, in realtà da infiniti giorni. Uscito dal box doccia, lanciai un occhio al quadrante della sveglia, il display segnava le 20:15. Poco più tardi mi sarei incontrato con Simone al Bar Posta per vedere insieme la finalissima e l’eccitazione, nonostante il calcio giocato non lo seguissi, stava cominciando a crescere. Qualche giorno prima chiamai al telefono il mio caro amico d’infanzia provando a ricordare l’ultima volta che ci vedemmo, ma non mi venne in mente nulla. Dopo circa dieci o più squilli a vuoto, stavo per chiudere la chiamata quando sentii la sua voce.

“Ehi, Mirko, ma che piacere sentirti”. Sorrisi immaginando la sua espressione di sorpresa. Ogni qualvolta una novità lo investiva, bella o brutta che fosse, strizzava gli occhi illuminati di colpo e le punte delle orecchie gli si infiammavano.

“Ciao vecchio mio, come stai?”.

“Io sto bene. Sono sempre indaffarato con il mio nuovo lavoro”. Aveva lasciato la panetteria e dopo oltre sette anni di farina ed impasti, ora aveva a che fare con vernici e paste abrasive per ridare vigore alle carrozzerie ammaccate delle auto. Simone poteva fare qualunque cosa, le sue mani si adattavano a qualsiasi movimento.

“Sai, stavo pensando che è un sacco di tempo che non ci si vede e visto che siamo in finale, che ne dici di vedercela al nostro vecchio bar? Non ci metto piede da almeno vent’anni”.

“Ottima idea, a che ora è la partita?”.

“Beh, inizia alle nove ma potremmo vederci prima, così facciamo due parole con un paio di pinte belle fresche. Che ne dici?”.

“Venduta! Ma facciamo per le otto e trenta, prima non riesco a liberarmi”. Lo sentii gioioso, non so se fosse per vederci dopo tanto tempo o fosse per la finale. Lasciai i dubbi allo sciacquone del cesso e mi vestii con poco garbo. Spalancate le ante dell’armadio a due stagioni, arraffai bermuda e maglietta presi a caso. Mi guardai allo specchio, i colori facevano a sprangate tra loro ma alzando le spalle con una smorfia di disappunto, mi dissi che andava bene così. Infilate le scarpe, scesi finalmente in strada diretto verso il locale con passo lesto, intanto, immagini del passato cominciavano a ripopolare la mia mente.

Volevo rivedere il bar della nostra giovinezza. Volevo ritrovare la leggerezza di quell’età acerba che ha la presunzione di cambiare il mondo. Volevo rivivere quelle serate di birra, di risa di chiacchiere e di sogni. Volevo solo ritrovare un po' di spensieratezza e ritrovare un pezzo di ciò che sono stato e che ora non riuscivo più a ritrovare.

Poi, tutto sarebbe tornato come prima.


Nove luglio Duemilasei ore 20:45

Trovai molte cose cambiate, la gestione del bar non era più la stessa. Non c'era più quell'omone con la bocca un po' deforme e l’occhio guercio che immancabilmente si stampava fisso sul posteriore di qualsiasi ragazza transitasse lì nel locale. I vecchi videogames erano stati tutti rottamati e per fortuna non c’era alcuna slot machine ad illudere fortuna. Il bancone, i muri ed il pavimento tutti tirati a lucido. Il locale era diventato più essenziale, ben organizzato ed elegante al tempo stesso.

Cercai Simone tra i vari clienti che si erano già accaparrati un tavolo sotto il display dai mille e più pollici, ma del mio amico nessuna traccia.

“E’ in ritardo. Magari avrà finito tardi di smerigliare un vecchio catorcio ed ora sarà per strada”. Pensai tra me alla ricerca di un posto per due. Concentrato nell’indagine, vidi d'un tratto una coppia di mezz'età scambiarsi uno sguardo complice e furtivo. Erano seduti nell’angolo più lontano, sembravano clandestini in cerca di rifugio e per nulla interessati a quanto stesse accadendo attorno a loro.

Nel locale entrarono in seguito un folto gruppo di uomini. Ne riconobbi un paio. Li avevo lasciati ragazzi piantagrane, ecco che me li ritrovavo ora troppo adulti ma con lo stesso sguardo litigioso di allora. Avevano perso i capelli ed il loro ventre s'era gonfiato a dismisura. Feci finta di non riconoscerli, non avevo voglia di raccontare e nulla mi interessava del loro trascorso.

Mi sistemai quando ormai mancavano pochi minuti al calcio d’inizio. I cugini transalpini, in divisa bianca, ed i nostri in azzurro si erano schierati al centro dello stadio in attesa degli inni. Continuavo a far rimbalzare gli occhi tra la porta d’ingresso e la tv con il volume a manetta, ma di Simone manco l’ombra.

“’Fanculo, ordino qualcosa da bere nel frattempo che sua eccellenza arrivi. Poteva almeno avvisarmi, no?”. Fischio di inizio e dopo soli sette minuti, il gelo a zittire il popolo italiano. La partita riprende con i volti sbigottiti ai tavoli ma poi arriva il boato, urla di gioia e sirene. L’Italia pareggia e si ricomincia con la palla al centro, ma Simone non è ancora arrivato.

Indipendentemente dal risultato la partita finirà.

Poi, tutto sarebbe tornato come prima.

Nove luglio Duemilasei ore 23:15

Tre fischi consecutivi e l’arbitro sentenzia la fine dei supplementari, il risultato è rimasto invariato, parità. A breve inizieranno i calci di rigore e tutta la gente attorno a me comincia a farsi prendere dall’apprensione. C’è chi esce a fumare e c’è chi resta a pregare, io sono ancora in attesa che Simone faccia il suo ingresso. Ne approfitto dell’attesa ed esco per provare a chiamare il mio amico al cellulare. Nulla, investito dal fumo delle mille sigarette che si animano lì fuori, il telefono dopo pochi squilli mi restituisce la voce impersonale della sua segreteria. C’è un silenzio surreale in tutta Chivasso, il silenzio dell’attesa, sento solo una sirena che brilla lontano nella notte magica, un’emergenza da qualche parte, forse un’ambulanza.

Rientro quando la Francia sbaglia un rigore. Esultano tutti lì nella sala, la tensione si libera dagli animi incandescenti ma non fugge, perché ora tocca agli azzurri ed il nervosismo si accomoda nuovamente alle spalle di ciascun telespettatore.

La maglia numero tre si avvicina al dischetto, sistema la palla ed indietreggia guardando solo la sfera lì ferma pronta per essere calciata mentre il silenzio, cala azzittendo il mondo intero.

Parte la rincorsa e Grosso segna l’ultimo rigore, l’Italia è campione del mondo ma a me, non me ne fotte una beata mazza, Simone non è venuto, mi ha tirato un pacco. Il mio caro e vecchio amico. Non l’avrei mai detto. La gente nel locale esulta, si abbraccia, alza i calici ed intona inni di vittoria, ma io ho solo voglia di uscire e di tornarmene a casa accolto dal silenzio quotidiano. Rimango seduto al mio posto a fissare il megaschermo, come se la partita dovesse ancora iniziare. Simone non è venuto, questo è ciò che più mi importa ora.

Mi squilla il cellulare, lo sento solo vibrare perché la suoneria è coperta dalle ugole in festa, immagino sia Simone che mi sta chiamando. Avrei voglia di non rispondere. Guardo il display ma è mia sorella che mi sta cercando.

“Che strano”. Mi dico, è tardi e a lei il calcio non le interessa per niente. Apro la comunicazione ma devo uscire, dentro il rumore è assordante.

“Hai saputo?”. Mi chiede concitata.

“Saputo cosa, cosa dovrei sapere? Forse dell’Italia che ha vinto? Certo che lo so”. Colgo sgomento perché la sua voce è tremolante, singhiozza e non trova le parole per dirmi quello che mi vuole dire.

“Una tragedia. C’è stato…”.

“Tragedia?”. Caricato a molla, il mio cervello parte a razzo passando in rassegna tutte le persone a me care con la parola tragedia che continua a rimbalzare tra una parete e l’altra del locale per perdersi poi in un eco lontano della mia fantasia. Mi sembra di sfogliare velocemente un vecchio album di figurine della Panini dove non riesco, non voglio che il mio sguardo si blocchi su un volto preciso e stamparci sopra, il timbro tragedia.

“…c’è stato un grave incidente… sulla Cerrina… Simone… il tuo amico…” Sento pronunciare il suo nome, quello del mio caro amico che non è venuto all’appuntamento. Mi rimbomba dentro, una grande campana che improvvisamente suona lenta e grave. L’album delle figurine smette di voltare le pagine e si apre sull’immagine di Simone mentre mia sorella, continua a balbettare parole che non voglio sentire.

“…ha perso il controllo dell’auto… ha sbattuto contro il muro… è una disgrazia Mirko… il tuo caro amico… Simone… è arrivata l’ambulanza ma… ma Simone non ce l’ha fatta…”. Ascolto, tuttavia non sento le sue parole, intanto, mi ritorna in mente la sirena dell’ambulanza sentita poco fa. Vorrei che Simone fosse qui con me. Vorrei festeggiare anch’io l’Italia campione del mondo e vorrei esultare con lui. Vorrei non aver mai sentito la sirena dell’ambulanza. Vorrei…

In un fermo immagine monocromatico il mondo, il mio mondo, si cristallizza per poi frantumarsi sopra la mia testa subito dopo.

Coriandoli di memorie piovono dal cielo mentre fuori è festa. La gente che incrocio e che urto, ride e canta euforica mentre io piango di un pianto sordo ed affranto. Mi fermo mentre il flusso esuberante della folla in delirio che si è riversata in strada mi investe.

Raccolgo un frammento da terra, lo tengo tra le mani e lo fisso, c’è Simone che mi sorride mentre strizza gli occhi con le orecchie arrossate. Me lo metto in tasca, una lacrima mi scivola sulla guancia per precipitare giù poi nel vuoto, fino a raggiungere l’asfalto. Voglio conservare quel frammento in uno dei tanti cassetti della mia memoria perché è così che desidero ricordarlo per il resto dei miei giorni.

Il campanile batte la mezzanotte, inizia un nuovo giorno. Fra poco me ne tornerò a casa per ritrovare lo stesso silenzio di sempre.

Poi, tutto non sarebbe più tornato come prima… perché?

Perché quel frammento che ho conservato e che ho sempre in tasca da allora, mi fa ricordare ciò che ero e ciò che voglio continuare ad essere… semplicemente me stesso.





Silvia (@rougewine)


È stata una vertigine

Era domenica.

La testa fluttuava leggera fra i miei pensieri, così limpidi, così ingenui.

Ricordo il caldo afoso di luglio, il sole che cercava di farsi spazio tra gli spifferi di una persiana e il rumore del traffico delle macchine in coda al semaforo.

Seduta al tavolo da pranzo intenta a mangiare una piadina fredda e a bere una birra ghiacciata guardavo il telegiornale che trasmetteva l’ennesimo servizio raccapricciante su un femminicidio.

Bip bip, bip bip.

Sentii il suono di un messaggio, il led dello schermo lampeggiava di verde in attesa che i miei occhi si posassero su di esso.

«Ehi amore, ti ricordi che stasera vado a casa di Alessandro a vedere la finale? Farò tardi soprattutto se vinciamo, ci vediamo domani magari ceniamo insieme dopo il lavoro

Già, la finale di calcio, tutti in trepidante attesa per questa partita, Italia… Francia?

Boh. Avevo sempre odiato il calcio, uomini in calzoncini che corrono avanti e indietro seguendo un pallone. Forse odiare è una parola troppo forte in questo caso, ma avevo passato la mia infanzia seduta al freddo sui gradoni degli stadi a guardare mio fratello inseguire quel fottuto pallone, quindi speravo sempre di avere un po' di compassione da parte delle persone per questo astio.

A ripensarci bene ero un po' gelosa del fatto che lui avesse tante passioni mentre io come al solito non provavo interesse per nulla e questo mi aveva portato ad avere poche amicizie; proprio per questo motivo decisi che sarei rimasta a casa a guardare qualche programma spazzatura in tv.

Mentre masticavo la piadina avevo lo sguardo fisso sul piatto e percepivo in qualche modo un velo di tristezza avvolgersi intorno a me perché mi sentivo messa in secondo piano, in realtà era dura ammettere a me stessa che avevo puntato tutto su quella relazione e che quindi mi toccava spesso far fronte alle conseguenze di queste scelte.

Il pomeriggio proseguì nella noia più totale, spesa, pulizie, lavatrice; cercavo di lasciare la casa in ordine dato che la domenica successiva saremmo partiti per le vacanze.

Decisi che per cena avrei mangiato una pizza surgelata magari accompagnata da due birre, senza impegno e senza lode.

Ero totalmente all’oscuro della patina di angoscia che da lì a breve mi avrebbe pervasa.

Inaspettatamente suonò il telefono, Sara, una collega dell’ufficio, mi chiese di raggiungerla in un pub in centro a Torino mai sentito prima.

«Dai vieni, mi hanno consigliato questo pub degli amici… dicono che la birra è molto buona e magari commentiamo i culi muscolosi dei giocatori ma soprattutto sparliamo un po' dei nostri colleghi!»

Lì per lì sbuffai ma in realtà mi fece piacere quell’invito e allora decisi di raggiungerla nella speranza di dare un po' di colore a quella giornata apatica.

Inutile dire che ci misi mezz’ora a cercare parcheggio ma alla fine lo trovai in una piccola via sperduta abbastanza vicino al pub.

Scesi dalla mia 600 blu elettrico e con passo svelto mi affrettai a raggiungere Sara.

Entrai distrattamente nel pub, c’era una confusione pazzesca, un brusio infinito di voci e di risate, ricordo l'odore impregnante di patatine fritte misto a sudore.

Cercai con sguardo fugace i capelli rossi di Sara, era seduta ad un tavolino minuscolo, davanti a lei una sedia vuota.

Indossava jeans aderenti, una polo bianca e un paio di converse blu, era davvero strano non vederla con i suoi soliti tailleur, non so come facesse ma riusciva ad apparire così ordinata ed elegante anche con quei semplici jeans. Cercai di raggiungerla in fretta per evitare di essere travolta dalle urla della gente, ovviamente la partita era già iniziata e tutti erano in estasi, rapiti dalle immagini che lo schermo proiettava.

Quando mi vide agitò la mano in alto per farsi vedere, la salutai con due baci, odorava di buono, aveva questo profumo agrumato che mi ricordava i biscotti di nonna Teresa.

Ordinammo della birra rossa insieme a due hamburger con patatine e una porzione di anelli di cipolla fritti, nell’attesa parlammo del più e del meno, mi raccontò del ragazzo con cui stava uscendo e della litigata con suo padre perché aveva intenzione di lasciare l’università dato che il lavoro ormai la impegnava totalmente. Ammisi a me stessa che non era male avere un’amica con cui condividere del tempo e in fondo dovevo ringraziare questa finale di calcio perché era stata l’occasione giusta per organizzare un’uscita.

Ad un certo punto Sara fece una battuta sull’arbitro, non ricordo esattamente le parole ma iniziammo a ridere tanto, così tanto che la birra mi uscii dal naso e allora ridemmo ancora più forte.

Mi alzai per prendere i fazzoletti nello zaino che era appeso alla sedia, mi girai con la mano appoggiata tra la bocca e il naso cercando di nascondere la vergogna per quello che era successo e fu proprio in quel preciso momento che avvertii qualcosa.

Sentii la lama di un coltello attraversarmi il costato, un bruciore intenso misto a nausea.

Mi mancava il respiro, iniziai ad andare in apnea.

Non capivo cosa stesse succedendo… il bruciore diventò sempre più intenso, sentii la lama trafiggere la pelle, attraversare il mio corpo da parte a parte.

Avvicinai le mani alla bocca per evitare di urlare, poi le spostai entrambe vicino allo stomaco; non c’era niente, non sentivo niente.

Gli occhi erano talmente fissi e spalancati che al primo battito di ciglia una lacrima scivolò giù sulla guancia, scese velocemente fino alle labbra, la sentii calda, salata, mi bruciò subito il viso.

Lo sguardo era di nuovo fisso, proprio davanti a me, fisso su quelle labbra che si baciavano.

Lui era lì, di fronte al bancone, con davanti un bicchiere di birra vuoto e una ragazza bionda accanto, il viso di lei era avvolto fra le sue mani e le labbra incollate uno e quelle dell’altro.

Sentii una pugnalata ma non era un coltello, era il cuore che si stava lacerando piano piano, si stava consumando da questo dolore improvviso.

Dopo quel bacio che mi sembrò così intenso ci fu un gesto che mi lasciò ancora più esterrefatta; lei lo guardò dolcemente negli occhi, avvicinò la sua bocca all’orecchio per sussurrargli qualcosa e poi, ad un certo punto, si guardarono di nuovo e insieme scoppiarono a ridere.

Esatto, lui che era sempre così cupo stava ridendo, tra l’altro sembrava farlo anche con gusto e mentre continuava a guardarla fissa negli occhi le spostò con la mano una ciocca bionda dietro l’orecchio, e lo fece in modo amorevole quasi curato.

Il senso di nausea era sempre più forte e tutto intorno a me improvvisamente si fermò, sentii solo silenzio, le persone muovevano le labbra ma io non udivo alcun suono.

Forse anche Sara disse qualcosa ma io non sentii nulla, presi velocemente lo zaino e corsi via diretta verso la porta, camminai veloce, veloce, sempre più veloce, come quando dopo un tuffo in mare si cerca disperatamente di tornare su per prendere aria nuotando rapidamente per arrivare subito in superficie per riprendere fiato, e io acceleravo il passo sempre di più come se fosse bastato uscire da quella porta per tornare a respirare.

Eccola, la vidi, era lì. Quella porta di legno marrone sembrò la mia salvezza.

La spinsi con violenza senza rendermene conto e mi catapultai fuori.

Rimasi ferma, immobile, con la schiena appoggiata alla porta, avvolta dal caldo e dal buio della sera. Feci un sospiro lungo e il mio corpo iniziò a muoversi, “un passo davanti all’altro, è così che si cammina” pensai.

Passo dopo passo iniziò a tornarmi un po' di lucidità, volevo solo trovare la macchina e andare verso casa.

Nessun pensiero, zero, il vuoto assoluto.

Mi trovai a guidare fra le strade senza riconoscere le vie deserte che mi circondavano e ad un certo punto accesi la radio, partì la canzone che si era interrotta poco prima di parcheggiare e in quel preciso momento il cervello ripartì.

Tornarono i pensieri, tutti, velocemente, come dei flashback; cercai di scovare segnali che non avevo colto o errori che avevo commesso, ma in realtà non mi importava granché saperlo.

Tutti quei pensieri ad un certo punto si fermarono, rimase solo un’idea fissa nella mia testa che urlava forte, non ero arrabbiata per il fatto che lui scopava un’altra, ero furiosa per il fatto che lui rideva con qualcuno che non ero io.

Parcheggiai chissà dove vicino casa, non ero lucida in quel momento, aprii distrattamente il portone e feci la rampa di scale come se fossi stata un automa.

Con le mani tremanti aprii la porta, bastò un passo per entrare dentro casa, mi diressi verso la cucina e in lontananza sentii un semplice click della porta che si chiuse dietro di me; era stato uno scatto delicato, quasi soave e io invece lo trovai così assordante perché dietro a quel rumore percepivo il nostro lungo addio.







Efed (@the_efed)


PREMESSA: alcune potenzialmente sgradevoli abbreviazioni Boomer sono volute per meglio adeguare il racconto allo stile dell’epoca descritta.


Introduzione: fanculo il calcio io tifo per la Francia!

17 anni, la Golden Age stava per iniziare e forse a sancirne l’inizio fu proprio quell’evento. Certo, le cose non sarebbero decollate di lì a breve xò si erano gettate le basi.

Ci sarebbe voluto ancora un autunno e poi un breve inverno per far precipitare le cose definitivamente nell’oro.

Il ricordo di un oro che con gli anni è diventato sempre più simile ad un ricordo di ottone, tanto da pensare, ripesando le parole di un famosissimo cantautore, che, probabilmente grazie anche all’oblio e alla demenza, il meglio deve ancora venire.

Ripercorriamo lo stato delle cose nel 2006.

Tanto era cambiato al liceo, iniziava il triennio, e gli insegnamenti si facevano più seri ma anche paradossalmente meno noiosi. La mia classe era raddoppiata grazie all’eliminazione di un'altra sezione e all’ingresso di quei saggi individui che non avevano superato l’anno.

Al contempo, internet stava diventando una cosa abbastanza seria, grazie all’ADSL potevo iniziarmi ad un nuovo mondo pieno di libertà e ancora poco frequentato. Il computer aveva un ruolo centrale, poi c’erano i cellulari per gli sms, i giochini e le telefonate.

A quei tempi nella mia vita le cose più importanti erano 2: il Wrestling ed il Metal. Tutto quel che facevo era legato a quel mondo, dal modo di vestire al modo di sognare. Quell’anno il prof. Eraclito, titolare del corso di Filosofia, aveva iniziato ad avere il controllo della mia mente, ad essere fonte di terrore e al contempo di Fascino irrefrenabile.

Pian piano quel nuovo tipo di interesse mi avrebbe fatto scoprire universi alternativi, anche se soltanto per un tempo limitato al biennio a seguire.


La scuola era finita da qualche giorno, l’estate sarebbe iniziata come ogni anno in maniera calda, selvaggia e malinconica

In paese avevo soltanto due amici: Ivan e Zamu.

Con Ivan ci vedevamo più o meno ogni giorno durante l’anno scolastico per poi vederci molto di rado nei mesi estivi; più che altro, la nostra uscita tipo era fare ogni tanto un giro al mercato del giovedì mattina.

Con Zamu le cose erano più complesse, lui appariva e scompariva in modo casuale durante gli anni. Paradossalmente lui compariva più frequentemente durante l’estate, quando magari ti arrivava il suo sms o addirittura una sua telefonata, la quale, il più delle volte spalancava mondi, inesplorabili prima di averla ricevuta. Lo ammetto, in quegli anni le chiamate di Zamu erano quasi più importanti del wrestling e della musica.

Fu un giovedì mattina, Zamu mi chiamò e mi disse: "ti piacerebbe tornare a giocare a D&d? Magari sentiamo anche l’Ivan"

Fu così ke quel giovedì organizzammo di fare un giro al mercato, accompagnandoci, come era usanza a quell’età, con patatine ed estatè.

Zamu: "hei ragazzi, che ne dite se questa domenica andassimo a vedere la finale dei Mondiali di calcio al Sardigna?"

Ivan: "bella idea dai!"

Io: "odio il calcio, solo a vedere il verde del campo mi viene la nausea... xò dai, magari ci divertiamo lo stesso, e poi …FANCULO IL CALCIO, IO TIFO PER LA FRANCIA!"


Atto 1: Il Bar Sardigna Senior

Il bar Sardigna Senior era il bar storico della nostra gioventù, ma lo era diventato da quel giorno in poi.

Era all'epoca un posto molto affollato con frequentazioni a tratti discutibili, dai soliti pensionati che giocavano a briscola, ai piccoli criminali di paese.

Si affacciava sulla piazza del mercato tanto per cambiare.

Ci accordammo di trovarci lì con un SMS.

Non entravo al Sardigna dai tempi delle elementari, ed in generale per me i bar erano luoghi pressoché sconosciuti.

Entrammo che la partita era già mezza iniziata, ed io ero quasi contento di ciò. Il bar era strapieno, al bancone c’erano la proprietaria “la Betty” e altri due baristi... ordinammo una cedrata Tassoni, una Coca ed un Estatè. Ai tavoli c’erano svariate persone tra cui ragazzi e ragazze più grandi che non vedevo dai tempi delle medie, tutti concentrati verso lo schermo ad esultare, protestare e commentare più o meno rispettosamente.

Guardai i miei amici e confermai: "io cmq tifo Francia, ma nn ditelo in giro!"

Il tempo passava e a forza di stare in quell'ambiente di caotica e rispettosa perfezione, mi stavo gradualmente abituando a fissare quel disgustoso schermo verde, e, gradualmente, la cosa iniziava quasi ad appassionarmi.

Vennero i tempi supplementari, il religioso baccano emotivo stava incrinando anche le mie iniziali ed inspiegabili intenzioni anticonformiste di tifo per la squadra francese, ma, con la coerenza tipica italiana, bastò un piccolo evento simbolico a farmi passare dalla triplice alleanza alla triplice intesa.

Fu così che avvenne l'inaspettato.

Zidane il capitano della squadra francese, ebbe uno scambio di battute con Materazzi, e quando tutto sembrava tornato alla normalità, dopo alcuni passi in avanti, all'improvviso Zidane si voltò e sferrò una forte testata al petto di Materazzi, il quale stramazzò a terra.

Quel brutto gesto/attentato segnò il mio ingresso nella tifoseria italiana, anche solo per il semplice desiderio di poter gioire di rabbia assieme a tutta la tifoseria del Sardigna contro la tifoseria francese. È difficile esprimere l’intensità degli insulti che si sentirono nel bar in quell'istante verso Zidane e i francesi.

Il fallo, segnalato all'arbitro provocò l'espulsione del capitano francese.

La gioia dei tifosi italiani per questa decisione fu paragonabile a quella di una vittoria.

Il bar ormai era una massa informe di gente calda, gioiosa e speranzosa.

Fu così ke Zamu ci propose: "ragazzi stiamo diventando grandi, che ne dite se ci facciamo un amaretto?"


Atto 2: L’esplosione

Sorseggiavamo, appoggiati al bancone, i tre bicchieri di Amaretto Disaronno serviti con un bel cubetto di ghiaccio, senza staccare gli occhi dal televisore come tutti gli altri presenti.

Polvere, polvere nel nulla.

Il tempo passava e nessuna squadra riusciva a dominare sull’altra. Si arrivò quindi ai rigori…


Anno 2021, sempre domenica, sempre lo stesso paese, sempre in un bar ma è il Nuovo Sardigna, più piccolo, più grazioso ma meno affollato. Io arrivo di corsa, da solo, ordino un ghiacciolo all’arancio alla gestrice ke è sempre lei “la Betty”.

Ultima serie di rigori. Italia campione d'Europa! Qualche sorriso qua e là tra i quattro gatti presenti, esco fuori e passa un’auto suonando un clacson. Mi giro verso la Betty e gli dico: "questa volta non hanno fatto molto casino o sbaglio!?" Lei mi risponde: "erano altri tempi, adesso la gente non c'ha più voglia.." ed io aggiungo: "ma ti ricordi nel 2006 che roba che hanno fatto?"

E lei: “E’ stata un’ESPLOSIONE!”


Atto 3: Gli Iron Maiden e i gusci d’uovo (Out of the Silent Planet)

La maglietta di Out of the Silent Planet, che indossavo quella sera l'avevo comprata al mercato di Chivasso qualche settimana prima, e ne andavo molto fiero. Quella canzone dell'album Brave New World degli Iron Maiden mi aveva sempre gasato, era lunga e molto varia come mi piaceva a quei tempi. Ripensandoci era un fatto molto strano che avessero fatto una maglietta su una canzone minore e ancora più strano il fatto che questa maglietta la vendessero a Chivasso.

Mentre marciavo con i miei fedeli compagni Ivan e Zamu tra le strade del paese, con la folla ke sfilava trionfante sui marciapiedi e nelle piazze, osservavamo le auto sfrecciare suonando i clacson e sventolando le bandiere. Si era istituito in quegli istanti, un carnevale di guerra con botti, fuochi d'artificio e musica libera.

Dalle finestre la gente si affacciava chi per esultare sventolando il tricolore, chi per lanciare cose sulla folla.

Fu in un istante che passeggiando sul marciapiede vicino al mobilificio venni colpito da un secchio d’acqua e da un guscio d’uovo e mi ritrovai con la maglietta fradicia e incredibilmente bucata sulle spalle. "Era un uovo molto tagliente!" commentò Ivan.


Atto 4: L’invasione dei Creativi e le sorelle Levi

Quando la nazionale ha vinto, il bar Sardigna Senior era letteralmente esploso, ma negli altri bar e negli altri paesi le cose non erano andate peggio. Infatti sulla monumentale piazza colma di gente festosa non tardarono ad arrivare i Creativi.

I Creativi erano un gruppo di allevatori del paese vicino al nostro, erano soliti ideare zingarate, scherzetti, burle e Carnevali. Quella notte giunsero in pieno centro paese con un trattore trainante un rimorchio accuratamente foderato da un telo impermeabile e riempito con un metro d’acqua come fosse una piscina mobile. All’interno di questa piscina mobile i Creativi sguazzavano allegramente in costumi da bagno tricolore schizzandoacqua tra di loro e verso la folla sorpresa. Il migliore di loro ad un certo punto si arrampicò sulla sponda destra del rimorchio-piscina e con un gesto eroico abbassò il suo costume da bagno tricolore mostrandosi all’intera folla come mamma l’aveva fatto.

Pensare che sulla piazza, in quegli istanti di esaltazione erano giunte come spettatrici con la loro auto, pure le sorelle Levi. Erano quattro sorelle, da sposare, molto conosciute nella comunità ebraica locale. Erano molto religiose, infatti tutti si stupirono di vederle arrivare a quell’ora di notte in quel contesto alquanto discutibile per i loro principi morali.

Dopo il gesto eroico, i Creativi decisero di muovere la piscina mobile verso altre mete e Dio solo sa cosa fecero quella notte in giro per la provincia (forse anche le sorelle Levi lo hanno saputo attraverso Dio).


Atto 5: Il ritorno a piedi nei campi alle 3 di notte

Quella notte era stata pazzesca ma, come tutte le cose, gradualmente ebbe fine. Nessuno di noi all’epoca aveva la patente. Io vivevo in mezzo ai campi, Ivan e Zamu vivevano in paese ma, decisero di comune accordo di accompagnarmi a casa a piedi sotto le stelle, sotto le stelle di quella notte.

Ivan ci raccontò che aveva trovato un lavoretto per l’estate da un elettricista della zona.

Zamu ci confidò che si era innamorato di una ragazza, ma in realtà questa ragazza gli piaceva da sempre. Ci confidò che questa ragazza era la nostra vecchia compagna delle medie, Claudia.

Eravamo contenti per lui però, da un lato avevamo timore di perderlo definitivamente.

Il colmo fu scoprire un mese dopo che Zamu si era fidanzato con una ragazza più grande di noi che nulla aveva a che vedere con Claudia, ma questa è un'altra storia.

Ritornai a casa allegro e malinconico, consapevole che quella notte sarebbe rimasta nella memoria.


Epilogo: Alba in cascina

Alba in cascina, il sole d’estate sulla piana rendeva tutto più giallo.

Nonna: ”a ke ora sei tornato ieri?”

Io (sbadigliando): “non ricordo saranno state le due”

Nonna: “ma robe da matti! Adesso svegliati! Per punizione ripuliamo il deposito dei mangimi!”

Io: “ok ma ieri l’Italia ha vinto i mondiali, c’era tutto il paese a festeggiare, anche quelli delle frazioni”

Nonna: “Buon per loro! noi non abbiamo vinto un bel niente, ma come dicevano in Via col Vento: Domani è un altro giorno… ed oggi è Domani! Quindi al lavoro!”


Ripulimmo il deposito tra ragnatele, polvere e topi morti, ma il ricordo di quella notte alimentava il giorno e sarebbe rimasto impresso nella mia anima come una pepita di giovinezza, forse non tanto per l’evento in sé, quanto per l’eccezionalità dello stesso e per l’opportunità che ho oggi di ricordarmi a tratti di quel che è successo quella notte ma anche di quel che succedeva in quei giorni.


QUALCHE MESE DOPO...

Quel giorno al Liceo Scientifico Togliatti, tutti gli studenti erano stati convocati in auditorium... c'erano tutti, dal giro dei metallari di quinta tecnologico ai rockettari comunisti del tradizionale e anche un sacco di Truzzi di scarso interesse.

Quel giorno in auditorium c'era lui, Marcello Lippi, CT della nazionale campione del mondo, venuto per essere celebrato dall' Istituto... dopo le dovute presentazioni, il tecnico degli audiovisivi proiettò un videoclip sui rigori della finale di Berlino... mentre rivedeva ogni rigore segnato, il tecnico gioiva sul palco come se fosse allo stadio... e con lui tutta la sala, sia professori che studenteria varia.... il finale del video fu accompagnato dal classico inno nazionale rock: "Popopopopopooooo!" E l'auditorium di una rispettabile scuola superiore per qualche istante si trasformò in uno di quei bar e di quelle strade italiane che furono, quella notte.

Igor (@gribyslab)


Spingevo forte sui pedali.

Utilizzavo una bicicletta sgangherata presa pochi mesi prima al Carrefour. Una di quelle cose finte che vendono i grandi supermercati, una di quelle cose che si rompono dopo un paio di utilizzi.

Ma in quel momento era la mia bici preferita, perché era dello stesso giallo-blu della moto di Valentino Rossi (che non stava facendo una grande stagione ma poco importava). Erano le 19:30, mi ero accordato con mio cugino Giacomo e mio fratello Davide per andare a giocare dai nonni prima dell'inizio della Finale. Lo ritenevo un rito propiziatorio: un ultimo soffio di distensione prima di gettarsi a capofitto nella partita.


Giocammo a calcio, a Muretto e girammo in bici per tutto il cortile dei nonni e, come prevedibile, ci perdemmo il fischio d'inizio. Il senso di libertà di quei giochi era troppo forte per poterli lasciare andare in poco tempo, occorreva consumare la voglia di giocare.

Tuttavia dal cortile sentimmo la telecronaca entusiasta della partita, il nonno Vittorio guardava sempre la televisione ad un volume proibitivo. Eravamo in cortile, ma sembrava quasi di essere in casa con lui.

I cori e le descrizioni delle azioni ci fecero bruciare più in fretta il carburante del gioco e alla fine ci perdemmo solo i primi dieci minuti.

Nel breve viaggio tra casa dei miei nonni paterni e casa nostra, io e mio fratello non incontrammo nessuno. Le case del mio paesino in provincia avevano tutte le finestre aperte da dove si poteva sentire la gente sintonizzata tutte sullo stesso canale. Erano le 20:15 di una domenica d'estate qualsiasi, eppure la sensazione che stava crescendo nel nostro petto da bambino era che qualcosa di storico poteva succedere.

Lo scenario che ci trovammo davanti una volta entrati in casa era di pessimismo e dispiacere, eravamo già sotto dopo appena 7 minuti. Rigore fortunato di Zidane.

Ma ebbi il tempo di sistemarmi e di sedermi nel sofà in sala che Pirlo calciò un angolo perfetto e Materazzi prese il volo a centro area segnando il pareggio di testa.

Ora la partita tornava interessante.

Il resto fu un susseguirsi di speranze e ansie, ho solo ricordi a sprazzi della visione della partita. Quasi come se ciò che successe dopo fu così intenso da annullare i ricordi della partita intera.

Ricordo però in modo distinto l'arrivo dei rigori, ricordo quello sbagliato da Trezeguet, ricordo quello segnato dal mio mito Del Piero (scelto solo perché il suo cognome era il nome di papà), ricordo i loro volti e i loro abbracci mentre Fabio Grosso raggiungeva il dischetto.

Gli occhi di tutta la mia famiglia erano su quella sfera.

La sensazione di storico era stata sostituita da qualcosa di più grande, ora eravamo vicini a qualcosa di immortale.

La coscienza che esistessero persone che speravano per una vita intera che la propria nazionale di calcio si trovasse dove noi eravamo ora mi faceva sentire privilegiato.

Grosso partì.

Grosso segnò.

Il resto sono immagini che ho rivissuto innumerevoli volte negli anni a seguire.

Un carico di emozioni nuove si fecero avanti nel mio petto da undicenne.

Di lì a pochi mesi avrei iniziato le medie, me ne avevano parlato malissimo. L'ultimo giorno di scuola elementare, colto da una disperazione incontrollabile, chiesi il numero di telefono della maestra Franca per poterla chiamare nel caso le cose si fossero fatte pesanti alle medie. Quasi come se fossi perfettamente cosciente di star abbandonando il periodo più bello della vita di un essere umano.

Ma la Nazionale, con quella vittoria, mi diede accesso a emozioni nuove.

Con questo peso (?) sul petto, presi in mano la bandiera dell'Italia e mentre Cannavaro alzava la Coppa papà ci fece una foto:



Poi presi la trombetta da stadio, corsi fuori nel cortile e vidi le macchine esprimere gioia e sfrecciare davanti a casa come mai avevo visto prima: le persone esponevano bandiere e oggetti fuori dai finestrini, suonavano il clacson, ti salutavano e urlavano "forza Italia!". Avvertii un curioso senso di appartenenza a questa nazione. Chiamai al telefono mia cugina Debora per chiederle se avessimo potuto andare assieme in giro per il paese a festeggiare ma i nostri genitori si imposero dicendoci di no, che era "troppo pericoloso con tutti quegli ubriachi in giro".

Preso da un piccolo sconforto tornai in casa a vedere il post-partita.

Ma fuori la gente faceva baccano, io DOVEVO essere partecipe di quella festa. Sentivo che questa cosa immortale non poteva spegnersi nel mio petto così, come se fosse un giorno qualsiasi.

Davide si era ormai addormentato e così presi una decisione: me ne sarei tornato fuori nel cortile e mi sarei messo seduto sulla recinzione di pietra a suonare la mia trombetta per salutare i viaggiatori.

Passai un'ora intera così.

Solo con me stesso e con i tifosi che mi salutavano.

A riflettere su ciò che stava accadendo, a riflettere sulla fine dell'infanzia, a riflettere su cosa potevo aspettarmi dalle medie che tanto mi spaventavano.

L'aria estiva mi riempiva i polmoni, l'odore dell'erba del giardino mi riportava alla mente tutte le volte che avevo giocato con mia cugina Debora, con la mia migliore amica e vicina di casa Alice, con mio fratello e i miei cugini.

Davanti a me la festa, la libertà, quella della vita adulta.

E dietro il giardino con i fantasmi positivi dell'infanzia.

Ero lì, a realizzare queste cose. A sentire di aver sfiorato una cosa immortale. Una cosa che sarebbe stata ricordata con la stessa intensità dagli italiani anche tra cent'anni.


Quando smisero di passare le auto tornai in casa.

I miei genitori stavano ancora guardando il post-partita, mi sedetti accanto a loro e guardai la TV fino a quando non decidemmo di essere abbastanza stanchi.

Al risveglio il giorno dopo avevo una coscienza diversa di ciò che mi sarei dovuto aspettare dalle medie.

Avevo guadagnato del coraggio.

La catarsi di quella partita mi aveva dato coraggio nell'affrontare le mie paure.

Quella serata era stata un punto di svolta per la mia crescita.

Quella serata vive ancora adesso dentro di me.

Per cui no, non è solo un gioco.



PS: durante la pandemia del 2020 Sky ripropose il cammino del Mondiale 2006 facendo rivedere tutte le partite.

Io iniziai a riguardale dalla partita con la Repubblica Ceca, la terza giornata del girone.

Me le riguardai tutte fino alla Finale.

E alla Finale piansi.

Ero di nuovo undicenne.

La promessa di una cosa immortale che avevo percepito quella sera del 9 luglio 2006 significava questo: non sentire passare quel figlio di puttana del Tempo.


💙


Zamu (@mister.zamu)

Nella vecchia casa di Maglione, tripudio di nostalgia, pesche e caramelle.

La pelle di una mano vecchia e saggia che ti accarezza. I nonni simbolo di tradizione, cultura e affetto.

Ero seduto sulla mia sedia, di fronte a una tv catodica, senza essere consapevole di cosa stessi vivendo. Una mente giovane, poco plasmata e innocente.


In un attimo, Grosso, un gol che sancisce un boato, nel paesino tranquillo e solitario di Maglione.

La panda rossa fiammante e roboante, che sfreccia per le vie del paese. La discesa ricca di quadri e persone in festa. Le persone che esultano, fuochi d’artificio, scintille arcobaleno. Sono in un sogno appannato e gioioso. Un cuore che sussulta. Una patria troppo ferita in festa. Una delle serate più belle della mia vita.




Federica (@fedefield)


Federica credeva di essere pronta per questo momento, ma forse ancora a lungo non sarebbe stata consapevole di che cosa ciò realmente significasse. Sicuramente sentiva diverse emozioni dentro di sé: curiosità, eccitazione, adrenalina. E questo perché percepiva e rispecchiava lo stato d’animo di tutti i presenti. Sapeva di dover essere emozionata e per la prima volta sperimentò quello che rinominò in seguito “patriottismo”. Tuttavia in quell’istante, quella sera, il fuoco di emozioni che sentiva non aveva un nome o una collocazione, ma si codificò nella sua mente sotto forma di voci, colori, rumori, sorrisi e grida di dolore.

Suo papà le aveva spiegato tutto, o almeno ci aveva provato per settimane: sapeva di dover tifare la squadra con la divisa azzurra, sapeva di dover stare col fiato sospeso e di dover essere triste o delusa o orgogliosa in base allo sviluppo e, in definitiva, all’esito della partita: se uno dei blu segna noi siamo vicini alla vittoria, quindi dobbiamo esserne felici. L’unica cosa che però davvero le importava era che tutta la famiglia si sarebbe riunita per l’occasione, come succede raramente, come succede durante ogni festa comandata, a Natale o Capodanno. E forse in quel momento era un po’ Capodanno per tutti. La nonna, infatti, aveva preparato la legna e il forno, esattamente come era solita fare ogni sera del 31 dicembre in onore del nonno; la mamma aveva preparato la pizza, i cugini avevano portato i loro giochi e gli zii i fuochi d’artificio. Ognuno stava vivendo il suo personalissimo capodanno, al tempo stesso individuale e collettivo, un nuovo inizio e la fine di qualcosa, l’euforia del nuovo e la nostalgia del passato.

Erano tutti piantati davanti alla tv, pronti all’inizio della partita, fintantoché lo zio Filippo ruppe quel silenzio spettrale: “Aspettate, il malocchio!” esclamò con fare teatrale.

Non si poteva iniziare senza il famosissimo rito di zia Carmela, una vecchia trisavola che era solita farsi pagare per recitare le sue preghiere contro il malocchio e la sfortuna, le quali aveva voluto forzatamente tramandare ai suoi nipoti. Malgrado nessuno di loro credesse realmente, era comunque diventata una tradizione degli eventi importanti di famiglia, che lo zio metteva in scena più per suscitare ilarità che per portare realmente fortuna. Oltre che, va detto, l’ennesima buona occasione per prendersi gioco dei vecchi rami della famiglia. Dunque con estrema teatralità e finta sacralità lo zio cominciò a segnare in aria tante croci recitando le solite vecchie frasi:

Cincu foru chi ti vittunu, quattru foru chi ti ducchiaru, tri foru chi ti luvaru U Patri, u figghiu, u Spiritu Santu e la Santissima Trinità, si avi u malocchjiu a mari mi sindi va.

Fora malocchiu intra Maria, fora malocchjiu intra Maria, fora malocchiju intra Maria, fora malocchjiu intra Maria

La comicità del momento coinvolse tutti e immediatamente si diffuse una leggerezza che smorzò qualsiasi tensione. Quel momento ricordò anche a tutti quanto fosse bello condividere quei momenti di collettività familiare e di quanto fossero fortunati a essere testimoni di quella che sarebbe stata considerata in seguito una vittoria storica. Nonostante questa ilarità, quando fu il momento di fare il tifo nessuno si risparmiò in impegno e concentrazione, grande o piccolo che fosse, al punto che, arrivati ai rigori, l’entusiasmo sembrò quasi del tutto sostituito da una sorta di stanchezza fisica, come se a correre su quel campo ci fossero stati fisicamente tutti. Finalmente, in un attimo che sembrò al tempo stesso incredibilmente breve e veloce, con l’ultimo rigore la tensione si spezzò, la fatica si esaurì e ci fu solo un’esplosione di gioia tinta di azzurro, di verde, di risate, di canti. Tutto il paese era in festa, dappertutto rimbombavano le esplosioni dei fuochi d’artificio e in strada i clacson delle macchine segnalavano che la festa si era spostata al di fuori. Tutti avevano nel loro piccolo partecipato quindi quella festa era di tutti.

Buffo notare, ripensando a questa gioia, come tutto a volte possa cambiare in pochi istanti, anche radicalmente, come l’attesa diventi gioia e poi di nuovo attesa o dolore. Come in quel momento, quando la situazione si ribaltò, e nessuno era pronto a questo.

“Adesso possiamo?” Disse Antonino, il più grande dei cugini di Federica, rivoltosi al padre in maniera molto impaziente.

“Certo” rispose lo zio con altrettanto entusiasmo.

Antonino sparì al piano di sotto per poi ricomparire con una borsa ricolma di fuochi d’artificio e petardi. Chiamò a raccolta i cugini e distribuì con non poca avarizia il bottino, stando attento a serbare per sé le risorse più ambite. Sparare i botti: questo il momento più atteso dai piccoli, il momento in cui potevano sublimare la gioia e l’adrenalina facendo saltare in aria mattoni e bottiglie della nonna, spaventando tutti, persino loro stessi, con i rumori assordanti degli esplosivi o sparando in aria scie luminose di fuochi artificiali. E così fecero. Una cascata di colori cominciò a illuminare il cielo, come se il livello di saturazione dell’aria si fosse alzato di colpo. Era uno spettacolo che lasciò tutti senza parole, e tutti furono sopraffatti dalla bellezza delle esplosioni di luce, che si sommarono alla festa già in atto e resero tutto ancora più incredibile. Forse per questo motivo, rifletté tra sé e sé Federica ormai adulta, quando un urlo di dolore squarciò l’atmosfera sospesa sognante, nessuno si allarmò inizialmente, non distinguendo - o, meglio, non potendo concretamente distinguere - la passione estemporanea rispetto alla tragedia. O forse ancora, si diceva spesso la ragazza, niente poteva interrompere la gioia del momento. La realtà in ogni caso fece presto capolino: un petardo nascosto tra i fuochi d’artificio era violentemente esploso, in modo del tutto imprevisto, tra le mani ad Antonino, tranciandogli di netto una falange. Il caos festoso si trasformò di colpo in un momento spaventoso: il sangue a fiotti, le urla, la paura, lo sgomento, le facce terrorizzate, la corsa in ospedale. Tutto accadde in pochissimi istanti e nessuno era pronto a questo. Nessuno era pronto alle grida e al pianto accorato o al sangue o alla pelle divelta. Federica sicuramente non lo era e chiuse gli occhi e tappò le orecchie, lasciando che la realtà attorno facesse il suo corso all’esterno. Vedere e sentire le avrebbe fatto percepire malessere fisico.

Malgrado i tentativi, quella sera e quel preciso evento sarebbero rimasti impressi nella sua memoria. I ricordi uditivi, tattili, sensoriali in senso lato sarebbero stati parte di lei per sempre.





Stefano (@Stefano Andreotti)


Placido ed il finale della finale


“Ciao, Placido come stai? La tua sorellina ha bisogno di un favore. Io e Fabio partiamo domani mattina presto e avremmo bisogno di qualcuno che badi ad Alan per un paio di giorni. Purtroppo la nostra vicina ha avuto un imprevisto e ho pensato subito a te. Lunedì per pranzo saremo di ritorno. Sarà facile vedrai, non crea nessun tipo di problema, è docile: ti ho comprato già tutto il necessario. Se per te va bene te lo porto stasera”

Giulia, lapidaria e risoluta, aveva in pochi secondi di telefonata messo all’angolo il fratello.

Placido, caso tipico di nomen omen, arrendevole e poco incline al conflitto, sicuro che quella piccola presenza animale non avrebbe potuto procurargli alcun inconveniente, rispose senza particolari enfasi prontamente e con tono calmo: “nessun problema, penserò io alla belva, ci vediamo stasera”

Che strano nome Alan per un carlino pensò Placido; era come un’armatura di un corazziere indossata da un bambino.

Era venerdì e Placido era da poco rientrato a casa con una parte della spesa necessaria alla cena organizzata per la domenica: aveva chiesto ad alcuni amici di mangiare qualcosa da lui portando ognuno qualcosa, con l’unico vincolo di condividere con gli altri invitati la propria scelta in modo da avere un minimo di varietà ed evitare doppioni. L’evento non era certo la cena, era un pretesto per vedere insieme la finale dei mondiali di calcio tra Italia e quelli che dal medioevo chiamiamo i “cugini” francesi.

Avevano aderito alla sua proposta praticamente tutti gli interpellati e tra i motivi c’era quello che chiunque avrebbe potuto agevolmente arrivare a casa di Placido con qualsiasi automezzo: l’appartamento era uno dei due al piano rialzato di un piccolo condominio, vicino al centro città, con un comodo parcheggio all’interno del cortile e la fermata del bus che si vedeva dal balcone.

I sei appartamenti ospitavano un microcosmo della società.

C’erano i coniugi Fermi, in pensione - per molti vergognosamente - da più di un trentennio, che, liberi da vincoli di figli prima e di conseguenza di nipoti in seguito, avevano impiegato quasi tutte le loro risorse economiche, temporali e psicofisiche alla loro principale passione, il turismo; costantemente in viaggio, entrambi già abitanti della Terra da qualche anno quando si tenne la prima edizione della Coppa Rimet nel 1930, avevano percorso ormai in lungo ed in largo il globo e con ogni mezzo, tanto da far invidia persino ad un coordinatore di Avventure nel Mondo.

La loro dirimpettaia era Alice Castrogiovanni, studentessa di medicina fuori sede al primo anno. Originaria di Enna, si era trasferita dall’altra parte d’Italia per dimostrare alla sua famiglia di essere in grado di badare a se stessa e allo stesso tempo di raggiungere un traguardo ambizioso: il vero motivo, celato e non rivelato a nessuno, era il desiderio di emanciparsi nel senso letterale del termine, tanto era il timore di finire a far la vita di sua madre che era rimasta in uno stato di sudditanza nei confronti del marito, se non economica in quanto lavoratrice, sicuramente ambientale: situazione rafforzata dal contesto sociale della provincia siciliana ancora inconfessabilmente patriarcale.

Alice nella nuova città aveva ancora pochi amici e sicuramente tra questi nessun Giovanni che, conoscendone il cognome e le seppur acerbe conoscenze in campo medico, la frequentasse assiduamente.

Un’altra condomina era la signora Maria Pacella, sui settant’anni, vedova, se non allegra sicuramente molto attiva.

Era una rappresentante di quella schiera, sempre meno folta, di donne energiche e tuttofare, che ricordano le cuoche di certe trattorie, nonne instancabili che non perdono quasi mai la pazienza, che sanno dispensare consigli in ogni occasione, poco inclini al pettegolezzo e che le delusioni e le amarezze della vita non hanno intaccato l’indomabile ottimismo: praticamente una mosca bianca.

Sopra Placido abitava una coppia di trentenni: Arcangelo impiegato presso la sede di una grande compagnia assicurativa beneficiava da anni della possibilità di lavorare tre giorni la settimana da casa, amante di quasi tutti gli sport li seguiva a qualsiasi ora su varie piattaforme e ad ogni orario: praticava solo il calcetto con un gruppo di colleghi.

La moglie Paola tecnico di laboratorio, dal carattere socievole e con uno spiccato senso dell’umorismo, si curava nell’aspetto e di buon gusto nel vestire senza eccedere nella spesa.


Per ultimo Marco, quarantenne separato con due figlie che gli somigliavano in tutto, anche nell’andatura e diverse da lui solo per la calvizie; aveva venduto l’auto e si muoveva soltanto su una vespa. Appassionato di calcio era in trance agonistica tipica dello sportivo da salotto da quasi un mese. In realtà era uno stato d’ansia inconsapevole alimentato da ore di dirette televisive, di interviste a calciatori dal vocabolario povero e dall’eloquenza incerta, da programmi di approfondimento che paragonavano il gioco del calcio alla scienza, ma soprattutto dai numerosi caffè bevuti ovunque e a qualsiasi ora.

L’ultima volta che Marco aveva messo piede in un impianto sportivo era stata la palestra del liceo da studente. Una volta la settimana faceva da spettatore con finto interesse alle lezioni di nuoto di una delle figlie.


Placido, mentre svuotava i sacchetti della spesa e riempiva il frigorifero con la sua quota concordata di birre e antipasti, non riusciva a capire per quale scherzo del destino sua sorella Giulia avesse prenotato un week end a Berlino proprio nei giorni della finale del campionato del mondo di calcio, la cui sede era stata designata da tempo e che sarebbe stata invasa da migliaia di tifosi che si sarebbero aggiunti al già cospicuo numero di turisti.


Era quasi il tramonto e dalla porta aperta del balcone entrò la voce di Giulia che parlava al telefono mentre stava chiudendo l’auto; la sua figura dopo nemmeno un minuto si materializzo davanti alla porta di casa che nel frattempo Placido si era affrettato ad aprire.

Prima che la sorella potesse fare un passo all’interno dell’appartamento un cane di piccola taglia era già sul tappeto del salotto a scandagliare con il naso umido i bordi della poltrona e le gambe del tavolino appena più avanti.

“Ciao caro, perdonami ho poco tempo” disse Giulia posando a terra nell’ingresso una sacca verde.

Qui dentro c’è l’occorrente per i prossimi due giorni” disse incrociando per un attimo lo sguardo del fratello e cercando subito dopo di vedere dov’era finito il cane.

“Alan… Alan… cucciolo… starai due giorni con lo zio, comportati bene, ci vediamo lunedì” e schioccato un leggero bacio su una guancia di Placido, si girò fulminea e dopo aver rivolto al fratello una frase del tipo “grazie, non sai quanto ti sono riconoscente” o qualcosa di simile, corse volando sui quei pochi gradini dal pianerottolo alla strada e salita in macchina scomparve dalla vista di entrambi.

Placido guardò il cane, che dal sotto il tavolo della cucina sembrava già reclamare qualcosa da mangiare o una qualsiasi attenzione.

Prima di coricarsi Placido e Alan fecero un giro perlustrativo del quartiere e dei relativi alberi, angoli di strada e ruote delle auto in sosta.

Il giorno successivo passò senza intoppi come la domenica mattina.

Gli amici di Placido arrivarono a turno, ognuno con quanto promesso ed in poco tempo si ritrovarono da digiuni e a seduti attorno al tavolo della sala, e poi sazi e quasi ebbri, chi sul divano, chi su una sedia, chi accovacciato sul tappeto.

E la partita inizia: dopo poco più di cinque minuti siamo sotto di un goal con il rigore carambolato sotto la traversa di Zidane.

Ma la bilancia viene rimessa quasi subito in equilibrio da Materazzi, che volato fino in cielo incorna il pallone al centro dell’area e pareggia i conti.

E urla e rumori di trombe e cori e incitamenti “Italia… Italia”

E via il secondo tempo con la Francia più pericolosa e noi a difenderci fino alla fine del tempo regolamentare.

Poi i supplementari, fino alla folle testata, l’umana incornata di Zidane sul petto di Materazzi, come se la finale fosse cosa loro, che avevano già scritto i loro nomi sul tabellino dei marcatori e che provocato e provocatore, si sfidano a un duello senz’armi con il primo a soccombere nella battaglia di nervi.

Rigori. Silenzio. Segni scaramantici. Preghiere sussurrate. Battiti accelerati e apnee in attesa dei calci dal dischetto.

Placido per un attimo lancia uno sguardo fuori dal balcone, distratto dall’accensione programmata dei lampioni nella via e riconosce la sagoma di Alan sul marciapiede opposto che rincorre un gatto bianco.

D’istinto salta la ringhiera e dopo un salto di due metri è già atterrato, inizia a correre ed a urlare “Alan … Alan… Vieni qui” mentre dalle case si sentono soltanto “si… goool… vai!”

Alan corre e non si ferma, Placido al suo inseguimento per le vie deserte: sono tutti davanti al televisore, nelle case proprie e altrui, nei bar, davanti ai maxi schermi nelle piazze.

Finalmente Placido raggiunge Alan, si piega in avanti come un corridore che tenta l’ultimo scatto davanti al traguardo, ma un attimo prima di riuscire ad afferrare il cane questo visto il gatto infilarsi in una bocca di lupo salta a sua volta e scompare sotto la strada probabilmente dentro una cantina.

In quel buco nero Placido di certo non può entrarci; si inginocchia, infila un braccio per testare qualcosa ma nulla, mentre le finestre dei palazzi dell’intero quartiere sembrano parlargli: Gool… Siii… Oleè!

Dopo qualche minuto dallo stesso buco nero in cui era sparito Alan fa capolino e Placido se lo ritrova in braccio festante.

Di corsa a casa! Come il pendolare che sta per perdere il treno, come il... ma il tempo si ferma e tutto sembra esplodere.

Un terremoto senza epicentro fa tremare le case, in tutta la città, in ogni città, l’Italia tutta ne è attraversata e tutti in strada, a piedi, in auto, sugli scooter, in bicicletta.

L’Italia è campione del mondo per la quarta volta!

Suona il telefono, è Giulia.

“Ciao fratellone hai visto siamo campioni del mondo. Qui a Berlino è un delirio, sembra di stare in Italia ci sono tricolori in ogni strada e ovunque senti parlare italiano… probabilmente non dormiremo fino al rientro. A lunedì”.

Ma Placido non aveva visto nemmeno un rigore.

Aveva corso dietro ad un cane nel deserto urbano mentre Trezeguet mandava alto sulla traversa, e stringeva tra le braccia pochi chili di carne e pelo nel momento preciso in cui Grosso segnava l’ultimo rigore.

Tornato a casa, attorniato dagli amici festanti che gli chiedevano dove fosse finito, si lasciò sprofondare sfinito sulla sua poltrona e pervaso da un misto di rabbia e tenero rimprovero, guardando in direzione del cane sussurrò: “avrei preferito che tu fossi stato un alano di nome Carlino, anziché un carlino di nome Alan.

Sicuro da quel buco non saresti passato”.




Gabriele (@Gabriele Amante)


…un vortice di colori, suoni, sensazioni. Poi, come risucchiato da un imbuto, mi ritrovo dall’altra parte della memoria. Tinte calde, il legno delle pareti perlinate e della mobilia, le poltrone rossastre. In un angolo il camino - forse è acceso, no certo che no: è estate. E’ il 9 luglio, e in quel soggiorno dal sapore così antico si è radunato il ramo paterno della mia famiglia. C’è ancora la Nonna, la Matriarca, a fare da collante per tutta la progenie, e per quella casa edificata quasi trent’anni prima come fortezza atta a difendere dagli attacchi potenziali di una terra estranea e ostile, o percepita come tale. Un’exclave del Meridione in Settentrione. Quell’imponente edificio dalle fattezze incompiute, in muratura ancora scoperta, come se i lavori di costruzione a un certo punto si fossero interrotti a causa di qualche sciagurato avvenimento, e ora attendessero sfiduciati l’avvento di un Demiurgo a completare l’opera. Di tutto quel complesso di stanze e corridoi, la sala del camino è sempre stata la mia ala preferita. Sembra una vecchia taverna, con quel ligneo bancone da bar appena oltre la porta. Calore, odore di banchetti e aria di festa. Il Nido. Sono ancora troppo giovane per cogliere nell’ambiente attorno a me le tracce dell’Esodo, i segni di una lacerazione mal ricucita e sempre in grado di riaprirsi, per lasciare nuovamente affiorare il sangue. Lo stesso che nelle mie vene scorre miscelato e inseparabile da altro sangue, in una soluzione tormentata. Io nasco spezzato ho scritto molti anni più tardi, e spesso questa formula mi risuona nella mente. Nato dall’incontro tra un esule della Magna Grecia e una popolana cisalpina. Potevo dire anche stiracchiato, proteso in direzioni geografiche, estetiche e spirituali opposte, Nord e Sud, Occidente e Oriente. Non appartengo a nessun luogo e allo stesso tempo tutti i luoghi mi appartengono. I miei figli, se mai ne avrò, saranno ancora più frammentati di me; e così il genere umano va sgretolandosi, di generazione in generazione. È necessariamente un male? Identità e alterità, l’una in funzione dell’altra. Io sono greco, sono romano, celto-salasso e longobardo per genealogia, italiano di nascita e romeno d’adozione, sono cattolico per battesimo, pagano di residuo, ortodosso da ospite, sono europeo non per istituzione giuridica, socialista per formazione, reazionario per indole. Ma no, è il 9 luglio 2006 è tutto ciò è ancora ben lungi dall’occupare i miei pensieri. Intorno a me sorrisi e volti distesi, anche quello della Nonna, ormai incapace di provare turbamento per le piccole afflizioni mondane. Le immagini trasmesse da un televisore catodico ci permettono, a noi seduti in semicerchio, di assistere al rituale laico patriottico che ha inizio sulle note dell’Inno Nazionale, echi distorti di Mazzini e Garibaldi. Poi grezze emozioni, entusiasmi, esultanza, mi lascio trasportare dalla corrente ma non mi importa. Sono nel Nido, forse per l’ultima volta…




𝐷𝜇𝜌𝑙𝜀𝜘 𝜌𝜎𝜀𝜏𝜄𝑐𝛼

21 settembre 2023 - 6 ottobre 2023



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