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𝕋𝕖𝕣𝕫𝕒 𝕌𝕤𝕔𝕚𝕥𝕒





Un racconto sperimentale di Igor Gribaldo scritto in gruppo insieme a Greta Bruno, Verena Baroni Niemen, Carola Boscolo e Giulia Boscolo.




Avrei sempre voluto avere la speranza nel futuro che hanno i credenti. Cascare giù nelle faccende della vita, farsi male e avere la forza di rialzarsi (o per lo meno di restare a galla) grazie alla fede. Mi sarei risparmiato tanti momenti di merda. Dio, Gesù, maria e tutti i santi. Avere un aiuto "divino" può sembrare utile. Ma ho scoperto una cosa nel tempo:

Io sono il mio unico Dio.

Il problema in questo caso però, sta nella pratica.

Perché, come Dio, faccio un po’ pena.

Non credo manco io in me stesso, e non so gestire metà della mia giornata senza avere una crisi. Chi mai sceglierebbe di riporre la propria fede, la propria salvezza, in un casino così?

Stamattina, a quanto pare, mi sono svegliato filosofo. Accendo la terza Marlboro Gold dopo aver fatto la mia solita essenziale colazione (un caffè ristretto da Peppuccio). Ho il Super Green Pass del cristiano eppure non entro in chiesa da qualcosa come dieci anni. Ma Dio non è sempre aperto al perdono?

Forse riporre le mie ansie nelle mani della religione potrebbe essere una soluzione?

Religione qua, religione là. Dio, frati e preti. Che ansia. Okay mi devo calmare. Sono concetti basilari alla fine no?

Sto pensando seriamente di farmi un giretto in chiesa, ma sia mai che incontro la luce divina e comprendo tutto lo scibile umano e divento milionario.

Ma visitarne una non costa nulla, in fondo, no?

Tentiamo in quella in cui facevo catechismo da bambino.

Mi avvicino all’immenso portone, guardandomi attorno cautamente quasi fossi un ladro.

Il cigolio del legno che funge da divisorio fra il caos del mondo esterno e il sommo silenzio del sacro edificio mi procura degli strani brividi.

Alzo lo sguardo e la sontuosità dell’architettura e dei decori interni mi fa tornare con la mente alle gite scolastiche di quando ero ragazzo, quante chiese importanti abbiamo visitato e a quanto mi affascinassero ai tempi. Cos’è cambiato da allora?

La Marcia Imperiale di Star Wars riecheggia nella navata e acciuffo goffamente il cellulare, per tentare il più in fretta possibile di silenziare la suoneria. Il telefono vola dritto sotto una panca, mentre Darth Vader irrompe in fondo alla sagrestia. Che la Forza sia con me, penso fra me e me, intanto che il prete avanza con il respiro pesante.

Non è cambiato niente da allora, solo che le astronavi sono decisamente più credibili come scappatoia per le mie ansie. Quanto vorrei saltare nell’iperspazio ed unirmi al credo dei Jedi.

Raccolgo il maledetto smartphone, chiudo la chiamata e nel rialzarmi concedo una capocciata alla panca.

Tornato in posizione eretta mi ritrovo il Don di fronte.

«Buongiorno, perdoni il baccano.»

«Non si preoccupi, giovane. Qual è il suo nome?»

«Francesco.» a cui faccio seguire un piccolo colpo di tosse per l’imbarazzo.

«Mi scusi ancora per la figuraccia, ora devo andare, dovrei già essere al lavoro a quest’ora.»

«Francesco si fermi, si calmi. Il tempo è inesistente nel tempio di Dio.» pronuncia il prete, con un sorriso caloroso.

Le mani che fino a poco fa erano conserte e intrecciate salgono al petto e estraggono qualcosa dalla tasca interna della giacca.

Una fiaschetta.

La avvicina alla bocca e ne ingurgita un lungo sorso.

«Vin brulè, anche se gelido è tremendamente buono, ne vuole un goccio?» porgendomela e alzando le sopracciglia per mostrare generosità.

«Dice sul serio?»

«Certo ragazzo, avanti, vedrà che le calmerà i nervi!» mi sorride benevolo il Don, facendomi l’occhiolino.

Non so perché, ma all’improvviso mi pare di notare uno strano luccichio nel suo sguardo: sembra avere capito tutto di me, eppure, che io ricordi, è la prima volta che ci incrociamo. Che abbia intenzione di confessarmi?

«Non voglio obbligarla, ma mi sembra ovvio che non desidera essere nè qui nè al lavoro. Credo che abbia bisogno di una terza uscita» il Don interrompe così il flusso dei miei pensieri.

«Il fatto è che…» sussurro con un filo di voce, quasi parlando più a me stesso che al parrocchiano.

«…non ha la ben che minima idea di quale possa essere.» conclude lui pacato, osservandomi e rivolgendomi nuovamente quel sorriso come si fa ad un bambino di fronte alla sua ingenuità, quando gli si pone una domanda della quale si sa perfettamente la risposta.

Lo osservo in attesa di un’ulteriore risposta, ma ecco che una vibrazione fra le mie mani mi riporta alla realtà. Il mio sguardo, tuttavia, rimane fisso nella luce dello sguardo dell’uomo, che a sua volta sembra non notare nemmeno La Marcia Imperiale che ricomincia a riecheggiare insistente.

«Forse, potrei darle ciò di cui ha bisogno.»

Seguo il Don per la chiesa ed insieme ci ritroviamo all'aperto, nel piccolo chiostro con un pozzo al centro. È tutto assolato dalla luce del primo mattino. Il telefono smette di squillare e il prete mi lancia una smorfietta compiaciuta.

«Peccato. Avevamo un bel sottofondo solenne.» Poi svita la fiaschetta e mi invita a bagnarmi le labbra. Agisco senza proferire parola, scaldandomi lo stomaco con l'alcool, infine gliela restituisco titubante.

Il Don rovescia nel pozzo il vin brulè avanzato ed io inorridisco ad un tale spreco.

«Si affacci, giovane. La sua terza uscita.» mi indica, come la miglior voce da navigatore satellitare.

Poggio le mani sul bordo della costruzione, ricordo di essere stato qui soltanto una volta in precedenza. Ero bambino, mi trovavo insieme a Sandro, uno dei miei migliori amici. Avevamo appena finito l’ora di catechismo.

Di quel momento ho un’immagine fissa in testa: lui che, con estremo menefreghismo e orgoglio, lancia nel pozzo il libro Io sono con voi. Quel dannatissimo testo del catechismo di cui, sono certo, si ricorderà ogni italiano cresciuto con un’educazione cristiana.

Nell’istante in cui il ricordo prende vita nella mia testa aggancio con la vista il fondo del pozzo.

È stranamente illuminato, è troppo profondo per poter vedere la fine. Eppure riesco a distinguere tutto chiaramente. Scorgo perfino la pozzanghera creata dal vin brulè gettato dal Don.

«Perdersi nel liquido del grappolo oggi non sarà un vizio ma, bensì, una risposta.»

Niente ha più senso. E tutto è essenziale. Il caffè da Peppuccio, il mio dannatissimo lavoro, la capocciata sulla panca, che fa ancora male… Mi gratto sulla nuca e l'istinto di chiudere gli occhi è forte.

Non vi è ansia della vita che meriti il mio abbraccio ad una qualsiasi fede.

Questo sono io.

Gli errori, gli imprevisti, le banalità ed i dispiaceri. Ma anche la chiamata di Martina, la ragazza conosciuta sabato sera, che a quanto pare non vede l'ora di riascoltare la pateticità della mia scialba vita.

Già, la seconda volta che ha squillato il telefono non era mia madre, per ricordarmi di passare a prendere le lasagne dopo il lavoro.

Sorrido appena, al solo pensiero dell'espressione divertita di Martina, mi sento meglio. Se fossi meno penoso non risulterei interessante.

Il condotto del pozzo scorre come una bobina di un film. La strana luce che lo illumina è più forte del Sole nel chiostro. L'alcool ingurgitato mi permette di gustare i sapori dei miei ventisette anni. Deve essere il motore di tutto quanto.

Sullo specchio dell’acqua vedo riflessa l’immagine del sacrestano sporgersi per fissare quel vuoto luccicante in fondo al pozzo assieme a me.

«Anche non essendo uomo di fede, potresti farmi compagnia in una breve preghiera? Son certo che potrà tornarti utile, in qualche modo.»

Istintivamente congiungo le mani, e mi accorgo di quanto la sua voce sia tanto calma e suadente, ma con una nota amara celata dietro ogni parola.

«Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,

il coraggio di cambiare le cose che posso,

e la saggezza per conoscere la differenza.»

Ripeto solennemente la preghiera, e rifletto sul suo significato.

Si avvicina non interrompendo il flusso dei pensieri, bensì immettendocisi come un affluente nel letto del fiume.

Mi sussurra inaspettatamente all’orecchio, la cosa mi dà un’improvvisa scarica di brividi.

«Comunque, io sono Noah. Forse aver trovato questo effimero momento di pace nella casa del Signore è un segno. Ed io cerco sempre di coglierli, i segnali. È stato un piacere conoscerla, Francesco. Non si scordi di me quando incontrerà Dio.»

Completamente confuso, rimango impietrito e senza nemmeno il tempo di rendermi conto delle sensazioni provocate da quella frase criptica, mi accorgo di star fluttuando.

O meglio, sto cadendo. Precipitando.

Tutto scorre come fosse una proiezione ripresa con la moviola. Posso quasi toccare le mie stesse emozioni, vedo fluttuare i miei ricordi attorno a me. La cosa che più mi sorprende, è il non provare più nemmeno dolore.

Sto vendendo biglietti per la mia caduta.

Ecco cosa mi passa per la testa, prima di toccare il fondo del pozzo.

Percepisco una chiazza umida sotto la mia schiena. Il vin brulè? il mio sangue?

Sono paralizzato, la sensibilità agli arti mi ha abbandonato. In cima scruto la silhouette del prete che si affaccia un’ultima volta per poi andarsene di fretta.

Il tempo che segue sembra qualcosa di eterno. Non c’è il sole, non piove mai. Non fa freddo, né caldo.

Un limbo. Ecco di cosa si tratta. Un limbo.

Una realtà scollegata dal resto.

Non sento il bisogno di mangiare e neanche di occupare il vuoto con qualche attività. La sola idea di produrre questi pensieri simula lo scorrere del tempo a velocità folle.

Fino a quando, in un momento indefinito, vedo finalmente qualcuno affacciarsi al bordo del pozzo.

Sono due piccole braccia. Gettano qualcosa.

Un libro.

La sua caduta è lenta eppure lo percepisco già poggiato al mio fianco.

Tento inutilmente di muovere il capo per vedere di cosa si tratta, mi è impossibile.

Chissà al lavoro che cazzo staranno pensando della mia assenza ingiustificata.

Ma quando la realtà finalmente si allinea alla fantasia ho la possibilità di piegare leggermente la mia testa e scrutare il titolo che campeggia sulla copertina.

Io sono con voi.



𝐷𝜇𝜌𝑙𝜀𝜘 𝜌𝜎𝜀𝜏𝜄𝑐𝛼



24 gennaio 2022 - 3 febbraio 2022


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