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𝟛𝟘 𝕞𝕚𝕟





𝑆𝜌𝑟𝜄𝜋𝜏 𝐷𝜇𝜌𝑙𝜀𝜘 𝜌𝜎𝜀𝜏𝜄𝑐𝛼 #1




La consegna

Cosa farebbe il protagonista della propria storia se sapesse che manca mezz’ora alla sua morte?





Giacomo (@giacomo.pirovano)


Sonetto del morituro


Zoppicherò ancora per trenta minuti

poi inciamperò e sarà per sempre pace

qui nelle zone passive dei maranza

dove già intruppavo trent’anni fa


e non immaginavo che un buco

fosse un baratro, che una cavità

magnanima mutasse in pozzo senza

posa, che una breve pulsione eternasse


questo qui in ruminazione, proprio

dove tutto nasce, cui tutto tende,

pure il mio ultimo ammasso biochimico.


Qui i miei colleghi mi saluteranno

il tre dicembre per trenta decenni

commemoreranno il mio essere stato.




Moreno (@morenomigliaccio)


Programmo il timer del mio cellulare su 30 minuti, mi siedo sulla poltrona nel salone di casa mia, e penso a quanti ne ho sprecati di 30 minuti durante i miei 38 anni di vita. Quante giornate passate ad oziare sul divano, nel letto o a girare per casa senza uno scopo, su e giù per la sala, tenendo gli occhi puntati sul cellulare. Guardavo stupidi video di gente disagiata, gatti che facevano cadere oggetti, cani che guidavano e tanta altra spazzatura. Questi reels mi strappavano un sorriso fugace ma nulla di più. E solo ora me ne rendo veramente conto che il nostro tempo non è infinito ma molto limitato.

Quindi questi 30 minuti sono gli ultimi, dopo non c'è ne saranno altri da vivere.

Nella drammaticità della cosa c'è un lato positivo ed è quello di sapere che il tempo è quasi finito.

Il dilemma più grosso è cosa fare per non sprecare anche questi, mi piacerebbe passarli con la mia famiglia e la mia compagna, ma i miei genitori abitano ad un'ora di macchina da me e l'amore della mia vita si trova a New York, ormai da più di due mesi per un progetto sulla polimerasi.

"Dannata polimerasi" impreco con la testa rivolta al soffitto.

Impossibile chiamare o videochiamare perché internet non funziona da nessuna parte. Le uniche persone a cui tengo nella mia vita è come se fossero lontane anni luce.

"Dannazione"

Questa cosa mi attanaglia lo stomaco, non li avrei mai più visti e ne sentiti.

Guardo il timer e sono già passati 5 minuti ne rimangono 25.

"Cazzo",

avrei dato tutto per altri 5 minuti in più.

"Cosa vorrei che facessero le persone a cui tengo di più in un momento come questo?", mi domando a voce alta.

Spererei che stiano facendo qualcosa che gli piaccia e che li faccia sentire liberi per un'ultima o per la prima volta nella vita.

"Ci sono!" mi alzo di scatto spostando con l'inerzia del mio corpo la poltrona dietro di me,

"ho deciso, vado a correre" quella è l'unica cosa che ha il potere di rilassarmi e di farmi librare come una farfalla nel profondo del mio animo.

Maglietta da corsa e pantaloncini del Milan, mi allaccio le scarpe e mi fiondo lungo la rampa delle scale per uscire in strada.

Apro il portone e mi dirigo verso il parco Valentino, lì finirò il mio tempo correndo tra i viali alberati e gli scoiattoli in cerca di cibo.

Percorro Corso Vittorio correndo ma in torno a me c'è il caos più totale, gente che urla, vetrine di negozi sfondate, macchine abbandonate, gruppi di persone che pregano mentre altre si prendono a pugni davanti alla farmacia per dei medicinali.

Continuo a correre a testa bassa evitando di incrociare lo sguardo di qualsiasi passante, e finalmente arrivo al parco.

Una pace surreale, un paradiso, gente che medita, persone con i propri animali domestici che giocano, alcuni sdraiati che fumano erba, gruppi che suonano i bonghi e cantano. Che pace paradisiaca. Tutto è più luminoso e i colori più vivi.

Continuo a correre e godermi l'aria fresca che mi accarezza il viso, gli alberi in fiore, l'odore dei gelsomini, tutto è perfetto.

Arrivo all'altezza del borgo medioevale e li c'è una panchina, decido di sedermi e godermi gli ultimi istanti di vita da lì. La vista delle colline torinesi, presentano una vasta gamma di tonalità di verde. Un colore che mi da delle vibrazioni positive. Alzo la testa e il cielo si è colorato di sfumature di un rosso intenso. In centro alla mia visuale, l'enorme ammasso di roccia stellare prossimo a cancellare questo piccolo pianeta blu. Strano, sembra fisso e non in movimento, sarà un'illusione ottica data dal bagliore rossastro.

"Ci siamo, è la fine". Pronuncio espirando tutta l'aria fuori dai polmoni.

"Moreno" una voce a me famigliare mi sta chiamando, mi volto e vedo mia mamma, mio padre e la mia compagna che vengono verso di me, hanno intorno uno strano bagliore rossastro e luminoso.

"Siamo tutti qui, ti siamo passati a prendere"

"Dobbiamo andare, forza!" esclama mia madre.

"Ma com'è possibile che siate qui" neanche tempo di finire la frase, che una forte luce avvolge tutto e una sensazione unica mi pervade, sono tutto.




Silvia (@rougewine)


21 grammi


Avrei voluto guardare la vita con occhi diversi,

non per lasciare un’impronta

semplicemente

per viaggiare con un bagaglio più leggero.

Avrei voluto sorridere di più e piangere meno.

Eppure,

tutte quelle lacrime che hanno lasciato un solco 

mi hanno portato fino a qui.

Di me, rimarrà soltanto un’eco

ma quella voce farà da anestetico all’amore che lascio qui.

Il ticchettio del tempo diventa un suono pesante

e il cuore batte sempre più forte

come se fossi in un’apnea infinita.

Non voglio scrivere la parola fine

perché non so se ci sarà un nuovo inizio.

Forse mi aspetta solo il vuoto o il silenzio.


Sapere il poco tempo che mi resta, mi divora l’anima;

ed è peggio della morte stessa.




Gabriele (@Gabriele Amante)



Particolare della Danza macabra di Simone II Baschenis nella chiesa di San Vigilio a Pinzolo.


Ballo in fa diesis minore

Aspetto questo momento da tutta la vita. D’altra parte, sono nato per questo. Come tutti. Il compimento, la perfezione della vita non è che nella sua conclusione. Essere per la morte, la possibilità dell’impossibilità di tutte le possibilità[1]. Un’esistenza spesa a prefigurare la sua fine, a dissolvere pezzo per pezzo la propria identità individuale nel Tutto. Tutta la storia della sapienza umana non fa che ripetere come un motto: anticipa la tua morte! “Tutti coloro che praticano la filosofia in modo retto rischiano che passi inosservato agli altri che la loro autentica occupazione non è altra se non quella di morire ed essere morti[2]”, faceva dire a Socrate quel suo devoto discepolo. “Dovete morire prima di morire”, affermava circa dieci secoli dopo il Profeta[3]. Non c’è altro che questo, da sempre, vivere per la morte e morire per la vita. La morte è insopportabile per chi non riesce a vivere. Lode a Mishima e a Majakovskij[4]. Di fronte a ciò, perdono di senso i nomi e le credenze, il mistico e il nichilista sono in fondo la stessa cosa, due facce della stessa medaglia: quello che l’uno chiama Assoluto l’altro lo chiama Nulla ed entrambi aspirano a disperdervi il proprio Io. Morire prima di morire è un ritiro dal mondo per tornare nel mondo, quello autentico ed essenziale, che noi vediamo solo rifratto nel costante divenire.

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Pensava a tutto questo mentre si preparava al grande incontro. Voleva ergersi saggio e stoico dinanzi alla Nera Signora. La vide arrivare da lontano: camminava a passo lento, portava la falce nella mano sinistra e la corona sul suo capo aveva tante punte quanti i popoli del mondo. Quando infine gli fu di fronte, ella lo guardò austera. Era bella e terribile come la mattina e la notte, stupenda come il mare e il sole e la neve sulla montagna, tremenda come la tempesta e il fulmine, più forte delle fondamenta della Terra[5].

“Ti resta mezz’ora, lo sai?” gli chiese.

Vegliate dunque perché non sapete né il giorno né l’ora[6]. Ma lui sapeva tanto il giorno quanto l’ora.

“Sei venuta in anticipo. Perché?”  le domandò.

“Sono tutto ciò di cui ti sia mai importato. Sono la tua signora e padrona. Ora sono qui, davanti a te, e puoi adorarmi, prima che ti porti via” rispose. E dopo una breve pausa, aggiunse: “Sei libero di scegliere cosa fare di questi ultimi minuti”.

L’altro ci pensò qualche istante.

“Bene. Posa la falce allora”, le disse alla fine sorridendo. “E danziamo[7]”.


[1] Cfr. M. Heidegger, Essere e tempo.

[2] Platone, Fedone, 64A.

[3] H. Clerc, A Dio per la parete nord, trad. it. Francesco Bergamasco, Adelphi, Milano 2018, p. 52.

[4] CCCP, Morire in 1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi - Del conseguimento della maggiore età, Attack Punk Records, 1986.

[5] J.R.R. Tolkien, La Compagnia dell’Anello, trad. it. Ottavio Fatica, Bompiani, Firenze-Milano 2022, p. 390.

[6] Mt 25,1-13

[7]  A. Branduardi, Ballo in Fa diesis minore in La pulce d’acqua, Polydor, 1977.




Nina


30 MINUTI

Guardo l’orologio e capisco: dopo l’ultima giornata di vita passata tra le vie della mia città e in compagnia dei miei cari, tutto sarebbe finito in pochi istanti.

Prendo in mano il mio diario e sbarro ogni voce nella lista dei propositi, tutto ciò che avrei voluto fare prima di morire. Ho finito. Non ho dimenticato nulla. Guardo di nuovo l’orologio, sono le 19:17 e mi restano trenta minuti di vita. Nessuno sa che sto morendo. Avevo programmato tutto affinché non rimanesse tempo per pensare a me, perché sapevo che, se fossi rimasto solo, sarei impazzito. 

Inizio a pensare a cosa fare: chiamare i miei genitori, giocare con il mio gatto, mangiare il mio cibo preferito, mettere a posto casa, riempire il frigo, guardare per l’ultima volta il panorama davanti casa, seduto sulla sedia sorseggiando del tè, ricordare la mia vita. Troppi pensieri competono per il premio di essere la mia ultima azione. 

25 MINUTI

Scrivo, per non tralasciare nulla. Metto in ordine le priorità ma non ci riesco. Guardo l’orologio e sono già passati cinque minuti da quando ho iniziato a dover scegliere. Ho ancora tempo. 

Ho sempre messo le persone a me care al primo posto nella mia vita, dovrei passare l’ultimo istante parlando con loro. Ma di cosa? Di quanto sono stati importanti? Di come pianifichiamo falsamente le prossime giornate insieme? E se mi bloccassi e, all’ultimo, come gesto di sgomento, dicessi loro che sto per morire? Li avrei sentiti piangere disperatamente e sarei scomparso consapevole di cosa lascio nei loro cuori? No. Non posso farlo. 

20 MINUTI

Mi riconnetto alla realtà e vedo che sono passati altri cinque minuti. Ho perso di nuovo del tempo prezioso. 

Forse vorrei mangiare tutto quello che ho nella dispensa senza pensare a quante calorie o zuccheri o grassi contengono. Tutti insieme. Ma inizio già ad avere l’amaro in bocca, la gola secca. Mi alzo e bevo come se avessi corso una maratona. 

Guardo ancora l’orologio, sono passati altri minuti. 

Inevitabilmente, mi accorgo che tutto quello che avevo fatto per riuscire ad andarmene in serenità crolla come un castello di carte. Stavo scappando dalla realtà. Ho cercato di non farmi trascinare dalla paura e dai tabù della morte, ma non ci sono riuscito. Questi dannati minuti iniziano a farmi impazzire. Resto immobile, accovacciato e con la testa china, stringendomi le gambe con le braccia. Sono solo. Io e la morte. Non mi concentro più, sento solo il ticchettio dell’orologio. Non posso guardare, non riesco. Penso a come sono riuscito a organizzare fino all’ultimo la mia vita senza problemi, tranne che per quest’inevitabile “ultimo”. Prendo coraggio, non mi lascio abbattere e guardo l’orologio. Sette minuti rimasti. Sei minuti. Cinque. Quattro.

Cosa mi ricordo della mia vita ora? Nient’altro che questo istante, come se non avessi vissuto, come se avessi perso la memoria. 

Decido allora di chiamare i miei genitori. Cerco il telefono. Rubrica. Mamma. Chiama. 

Occupato. 

Con occhi lucidi guardo l’orologio. Sono le 19.47.




Igor (@gribyslab)


Sento il mio corpo congelarsi sempre di più ogni minuto che passa. I timpani vogliono esplodere.

Ho sempre creduto che la mia fine sarebbe arrivata in modo elegante. Una sera me ne sarei andato a dormire senza mai più risvegliarmi.

Ho calpestato il suolo lunare della provincia, immaginando per gran parte della mia vita di essere da un'altra parte.

Ho trascorso 23 minuti dei miei 30 finali a bere vodka Beluga. Mi è venuto in testa che voglio lasciare qualcosa al mondo, magari il testo di una canzone.

Non ho mai avuto coraggio di scriverne una, non mi sentivo capace, o pronto. Ero già pieno di amici musicisti, cosa avrei potuto apportare io...

In questi ultimi 5 minuti però voglio provare a scrivere qualcosa:


Ascolta queste voci

Che urlano da quando ero piccolo

Ascolta queste voci

Ti dicono la verità su chi sono

Ascolta queste voci

Non vuoi assaggiare le mie labbra?


Trenta minuti, tra trenta minuti sarò abbracciato dagli angeli

Baciato da mia madre

I polmoni respireranno felicità


Vuoi scappare con me?

Svegliarci assieme sotto il sole estivo

Come se fosse il giugno del 2005

Dove tutti erano in vita

Le voci, però già me lo dicevano

Che mi sarei dovuto gettare sotto una macchina

Quando avevo dieci anni


Trenta minuti, tra trenta minuti sarò abbracciato dagli angeli

Baciato da mia madre

I polmoni respireranno felicità


Ascolta queste voci

Vuoi scappare con me?

Tornare al 2005

Ascolta queste voci

Vuoi scappare con me?

Tornare al 2005




Mauro (@Mauro Rondoni)


Mezz’ora Alla Morte. 


Dormiva composto di un sonno leggero, seduto con le ginocchia leggermente divaricate, le braccia rilassate stese sulle gambe e la testa appoggiata al vetro del finestrino disegnando ad ogni respiro, sottili frittelle di vapore sulla lastra trasparente che poi scomparivano dopo un istante. Ad occhi chiusi, avvertiva il paesaggio esterno in continua  mutazione venirgli incontro e scivolare via veloce dietro le spalle tese senza lasciare traccia alcuna del proprio passaggio. Dormiva cullato dalle vibrazioni provocate dal convoglio in transito sulle giunzioni delle rotaie, soltanto un paio di millimetri tra una e l’altra, ma sufficienti per fargli dondolare il corpo in una piacevole cantilena soporifera. 

Stava tornando a casa dopo una settimana di intenso lavoro e avrebbe dormito per l’eternità, ma si svegliò di soprassalto quando la porta a scomparsa si spalancò in malo modo. Non si rese conto di quanto tempo trascorse a dormire, forse minuti oppure ore. Il dondolio, la monotonia del rumore ferrigno ed il fatto che nello scompartimento non c’era nessun altro, avevano agito da anestetico. 

Aprì gli occhi assonnati, la vista era ancora appannata, ma vide davanti a sé un volto smunto con un cappello in testa ed un soprabito che gli stava più grande di almeno due taglie e sui polsini, sui gomiti e sul colletto, portava i segni del tempo trascorso. A tracolla, un borsello in pelle nera anch’esso smunto e sgualcito. Un naso adunco e pronunciato sorreggeva un paio di occhiali circolari e dietro alle spesse lenti sporche o semplicemente appannate, due occhi azzurri chiarissimi quasi stinti, penetranti, che a fissarli te li sentivi frullare in pancia. Una folta barba grigia invece copriva le pieghe degli anni, poteva avere sessanta oppure duecento anni il vegliardo.

“Manca solo mezz’ora”. Gli disse con un filo di voce profonda senza nemmeno salutare. Marco voltò lo sguardo e sbirciò fuori. Riconobbe gli sconfinati campi di granoturco pronti alla mietitura, poi si confrontò con il suo costoso Breitling al polso, il quadrante segnava le 15:27.

“Beh, mezz’ora proprio no. Faccio questa tratta tutte le settimane e le posso assicurare che ci vorranno almeno quattro ore”. L’uomo misterioso gli sorrise in modo pacifico.

“Sa, io sono un semplice passeggero di questo treno, osservo la gente che incrocio al mio passaggio e a volte, sono in grado di riconoscere quelle persone prossime alla morte. E lei è una di quelle, lei morirà fra mezz’ora”. L’uomo non proferì altra parola e non disegnò alcuna espressione sul suo viso consumato. Uscì dal comparto senza aggiungere altro e richiuse delicatamente dietro di sé la porta scorrevole. 

Ammutolito e disorientato, Marco si alzò di soprassalto avvertendo un leggero capogiro. Si  aggrappò alla maniglia della porta e recuperato l’equilibrio, l’aprì affacciandosi nel lungo corridoio. Che diamine! Uno sconosciuto che irrompe la tranquillità altrui sentenziando una morte imminente qualche parola in più sarebbe stata opportuna.  

Ma sia a sinistra che a destra non c’era anima viva, lo strano uomo che aveva appena  profetizzato la sua prossima morte, era svanito, come polverizzato. Rientrò nella cabina pensando si trattasse di un brutto sogno. Turbato, riprese posto cercando di recuperare quell’umore che aveva prima di incontrare quel personaggio misterioso ed inspiegabile alla razionalità. Tuttavia, pensieri torbidi e malinconici iniziarono a riaffiorare e a bussargli sulle tempie. Marco, uno dei manager più importanti della multinazionale milanese presso cui lavorava. Aveva avuto una carriera ammirevole costruita negli anni ma pagata a caro prezzo, aveva permesso che un vuoto profondo si insinuasse fra sé e le proprie figlie Maddalena e Marina rimaste con la madre la quale, dopo anni di duri contrasti, lo aveva spinto ad andarsene via di casa. Marco era un uomo solo, un manager importante e di successo ma a causa della sua completa dedizione alla carriera, da tempo aveva perso gli affetti più stretti.  

“Mezz’ora alla morte… e se fosse vero? Che farei ora? Sono seduto su questo treno con il cellulare completamente scarico… Nessuno a cui mandare un ultimo saluto...”. Sorrise di un sorriso sospeso pensando fra sé di scacciare al più presto quella quella improbabile e assurda sentenza. Si lasciò cadere sulla poltrona e abbandonò la mente. 

 

  1’ Ho vissuto la mia vita intensamente

  2’ ma niente dura per sempre.


  3’ Eppure c’è un pensiero che mi assilla,

  4’ per questo la mia vita non è tranquilla.  


  5’ Ho lasciato che un vuoto si insinuasse

  6’ e che l’affetto di casa si allontanasse.


  7’ Lo so, avrei dovuto cercare e avrei dovuto essere,

  8’ per affrontare a muso duro quel mio malessere.


  9’ Che di giorno in giorno,

10’ annullava il mio contorno.


11’ Così rifuggivo nel silenzio in cerca di guarigione,

12’ incosciente mi stessi isolando in una prigione.


13’ Per uscirne son fuggito,

14’ con in spalla il sacco di un bandito.


15’ Ho lasciato i miei più cari affetti,

16’ inconsapevole degli effetti.


17’ Era l’unica cosa che potessi fare?

18’ Non lo so, forse il domani me lo potrà mostrare.


19’ E così ho tenuto il futuro nelle mie mani,

20’ confidando sempre nell’indomani.


21’ Per tutto questo tempo ho urlato,

22’ che non potevo più vivere in quel passato.


23’ Ma ora, il bicchiere pieno delle mie intenzioni,

24’ fluisce nel torrente delle apprensioni.


25’ Ogni speranza si è assorta,

26’ e ciò che tenevo in mano è definitivamente morta.


27’ Chiudo gli occhi perché è tempo di andare,

28’ dove spero di poterle incontrare.


29’ Per di loro che le ho sempre amate,

30’ e anche se distante non le ho mai abbandonate.


I dischi di acciaio rallentarono fino a bloccarsi del tutto sulle rotaie. Il treno su cui viaggiava Marco arrivò finalmente a Roma Termini e ad accogliere il convoglio, un tempo di merda.

Soltanto il giorno prima la calura costringeva a girare in bermuda e a braccia nude, oggi invece faceva un freddo porco. Anche le rondini, ingannate dal caldo anomalo dei giorni appena trascorsi, volavano in modo irrequieto per radunarsi sui fili dell’alta tensione rinnovando così il rituale della migrazione. Erano in ritardo ma se ne sarebbero andate via il giorno stesso.

Erano trascorsi circa quindici minuti da quando il treno arrivò al capolinea e non sarebbe ripartito fino al giorno successivo. Come da procedura, il controllore prima di scendere doveva accertarsi che tutti fossero scesi così, indossato il cappello e la giacca della divisa, si avviò dalla sala macchine per attraversare il lungo convoglio ispezionando tutte le carrozze. 

Carrozza sette cabina tre. Un uomo dormiva composto, seduto con le ginocchia leggermente divaricate, le braccia rilassate stese sulle gambe e la testa appoggiata al vetro del finestrino, ma non c’erano frittelle di vapore sul finestrino.

“Signore… ehi, signore. Siamo al capolinea”. L’uomo non rispose, continuava a dormire. Il controllore provò ad insistere alzando il volume della voce.

“Signore, è ora di scendere, siamo arrivati”. 


Marco era da qualche parte seduto al tavolo di un bar a chiacchierare serenamente con le sue figlie disegnando frittelle di vapore nell’aria.






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