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La Staffetta dei Sensi

Illustrazione generata con l'aiuto di un'intelligenza artificiale (Gemini – Google)
Illustrazione generata con l'aiuto di un'intelligenza artificiale (Gemini – Google)

La consegna


La Staffetta dei Sensi 🎨✍️

Membro A: Descrive un'ambientazione usando esclusivamente l’olfatto e l’udito.

Membro B: Riceve la descrizione del compagno e deve scriverci dentro una scena d'azione o un dialogo, usando esclusivamente la vista e il tatto.




Samuel (@mister.zamu) e Elena (@lamentecarta)


Un odore acre e pungente mi aveva riempito le narici; mi sembrava di avere delle spine conficcate dentro, ma senza una singola goccia di sangue. Come quando si è sovraccarichi di stimoli e, alla fine, non si percepisce quasi più nulla. In ogni direzione avvertivo qualcosa di diverso: morte, decomposizione, bruciato, polvere da sparo. Sensazioni che, nella mia vita, avevo conosciuto solo in minima parte. L’unica eccezione era stata l’odore del sangue, scoperto dopo una caduta vicino al Chiusella: un sentore quasi metallico, e inaspettatamente piacevole.

Invece le mie orecchie sembravano quasi non funzionare: un sibilo costante, come dopo una serata in discoteca, le riempiva di rumore. Non riuscivo più a recuperare l’udito. Cosa era successo? Cosa mi stava succedendo?

Dovevo capire la situazione in cui mi trovavo, ma non riuscivo a vedere nulla.

Potevo sentire tramite le suole delle scarpe una morbidezza inusuale per il terreno, era sicuramente qualcosa di anomalo in quella nuova pastosità. Incautamente scivolai e caddi a carponi. Le mie mani affondarono in qualcosa di caldo e denso dall’aspetto di una paccottiglia rossa fumante. Era piacevole sguazzarci dentro con le dita, ma a quell’altezza la nebbia lasciava spazio all’ambiente, dove assieme alla vista recuperai un senso di terrore. 

I pini sopra di me erano talmente alti da pungere il cielo, che per la sofferenza si mise a piangere. Sopra di me i rami oscillavano e gocce fredde cadevano a intervalli irregolari, inzuppando le dense chiazze rosse sul terreno. 

Quello che vedevo e che toccavo avevano in me due reazioni opposte: un disgusto estraniante e un piacere tattile mai provato. 

Sentivo di essere solo, quindi semplicemente chiusi gli occhi per gioire di quella sensazione. 

Restai fermo per accertarmene. Poi toccai di nuovo.

La pioggia continuava a cadere.

Le macchie si allargavano sempre di più per poi sparire nel terreno.

Mi rimisi in piedi e rimasi fermo.

Poi affondai di nuovo per un’ultima volta, fino a toccare una forma combaciante troppo simile alla mia mano.




Elena (@pdorafigliadiknaus) e Cecilia (@cecilianebosi)


Fragoline di bosco, ecco l'odore persistente in quella scatola di mondo. Il profumo di un succoso carminio pervade l'ambiente, quasi fosse una fabbrica di marmellate o big babol.

All'improvviso il gelsomino pervade le nari e domina la scena, il morbido profumo di fragola viene coperto da un lattiginoso aroma floreale. In lontananza, il ticchettio lento di un orologio, un vinile dei The Velvet Underground e un piccolo, viscerale gemito.

Teneva fra le mani una scatola di latta azzurra. I suoi bordi erano leggermente screpolati ed il colore sbiancato dal tempo. Pesava più di quanto ricordasse. Aveva custodito quella scatola per lunghi anni ed ora con dolcezza stava scorrendo le dita su quella superficie metallica, accarezzandone quasi il coperchio, scoprendo con gli occhi e con le dita i suoi piccoli segreti e le pieghe create dal tempo. Poi la aprì. Al suo interno c’erano le lettere. Sembravano scritte dal pugno di un altro, ma ricordava quella scrittura, quell’alfabeto in stampatello nero, quelle parole di carta. Ne scelse una con cura, la srotolò e lesse qualche riga: “ti prego, “ recitava “cammina piano sui miei sogni!”. La grammatura era liscia, la superficie ingiallita e l’inchiostro sbiadito sulla pagina. Senti il calore sulle guance e quella sensazione di bruciore bagnato che scendeva giù dagli occhi, colava lungo il suo naso, fino a bagnare la carta. Là dove la lacrima si posava, lasciava un piccolo cerchio scuro e luccicante che appesantiva il foglio.




H.B. Greendust (@the_efed) e Silvia (@rougewine)


Dissolvenza sensoriale


Quell'odore di chiuso era ormai diventato abitudine. 

Sentivo le tapparelle scricchiolare a causa della pioggia incessante che da giorni tamburellava su tetti e davanzali, senza alcun ritmo, creando una fastidiosa e banale sinfonia. 

Giungeva dalle fessure della porta d'ingresso un odore dolciastro e burroso, con forti sentori di cannella e cacao, che, come una sottile lama, scalfiva l'ordinario fetore di topo della polvere. 

Al di là del muro, ad un tratto una voce calda e penetrante vibrò oltre ogni suono meteorico, intonando una ballata blues. Poi d'improvviso un rumore fortissimo spezzò l'armonia del momento. 

Lento e inesorabile l'odore pungente del fumo invase la stanza soffocando ogni altra essenza.

In pochi secondi si riempì di una nebbia densa, questa nuvola si arricciava lungo il soffitto come se fosse una creatura viva, formando strati sempre più spessi.

Avanzai a tentoni: le dita incontrarono l'intonaco di una parete, umido e scivoloso e le mani lo seguirono come una guida cieca.

Improvvisamente una sagoma apparve oltre la porta, un'ombra scura che si muoveva a scatti.

Le braccia cercarono di tagliare in due il fumo, creando in alcuni punti scie chiare.

Mi sentivo strano, mi girava la testa, mi irrigidii e notai che la figura avanzò con le mani tese verso di me.

Mi abbassai e le ginocchia toccarono il pavimento freddo, ruvido, cosparso di granelli che mi graffiavano la pelle.

Cercai di strisciare e con le dita che cercavano un appiglio trovai il bordo di una sedia rovesciata, il legno scheggiato mi punse il palmo della mano.

La figura si avvicinò e io mi mossi verso di essa con le mani che tastavano ogni superficie; trovai il tessuto di una tenda che scivolava come seta bagnata.

L'ombra mi raggiunse e un braccio mi sfiorò la spalla, afferrai il polso e sotto le dita sentii i tendini tirarsi come corde.

Con uno scatto mi tirai su, non capii cosa stesse succedendo, sentii solo che iniziammo a correre nel vuoto, eravamo entrambi avvolti in un lampo bianco; improvvisamente la figura si piegò in avanti e io mi accartocciai sopra essa con le mani che cercavano appoggio nel vuoto ma afferrai solo fumo.

Mi sollevai, le gambe tremavano.

La stanza era un mosaico di ombre che giocavano a rincorrersi.

Buttai le mani in avanti e trovai una parete calda, pulsava come se stesse respirando.

Avanzai senza tregua, feci un passo e la luce mi avvolse, dietro di me la figura si fermò, la vidi dissolversi nel bagliore come se il fumo la stesse risucchiando.

Allungai la mano verso il vuoto davanti a me. 

Non trovai pareti, né pavimento.

Solo una superficie liscia e tiepida che si modellava sotto il palmo, come se mi stesse accogliendo.

Poi tutto si piegò, si chiuse, si spense.

E rimase solo bianco.




Giacomo (@giacomo.pirovano) e Federico (@federciani) 


— Non vedo nulla.

La voce della piccolina fendeva il buio denso e asfissiante, mi cercava con la manina fragile, ma il nulla sembrava essersi ingoiato quell’angolo al riparo da tutto; anche dalla luce.

— Papà, non vedo nulla.

C'era odore di clorofilla e di umidità estrema. Versi di animali sconosciuti ai più risuonavano in profondità, contornati dall'eco di qualche colpo o boato artificiale, ancora più lontano.

— Ecco, senti la mia mano?

La bambina si aggrappò alla pelle secca e rugosa della mia mano, come un naufrago all’unico ceppo galleggiante.

Lo strisciare dei passi e il loro calpestio si alternava allo scrocchio di rami spezzati, al fruscio di serpi che si allontanavano offese.

Un fascio di luce si posò sugli occhi bloccati dal terrore di lei e poi sul mio viso torvo, il tempo di vederla illuminarsi e il nero si riprese tutto immediatamente dopo.

— Cosa facciamo, papà?

— Tieniti alla mia mano, piccola, e proviamo ad andare un po’ più in là. Però devi essere brava, eh? Brava e veloce. Se non ci vedono siamo salvi.

Avanzavamo. In primo piano potevamo sentire il nostro calmo respiro, rispettoso di tutti i suoni intorno a noi. Ogni tanto, senza preavviso, la putrefazione colpiva le nostre narici. 

Poi tornava il miasma ormai familiare. L'orchestra della fauna e dei marchingegni lontani proseguiva e rassicurava. 

— E se ci prendono cosa facciamo, papà?

Io cercavo di mantenere il mio respiro controllato, ma una sensazione quasi raspante mi torceva i polmoni, mi sembrava che la sabbia mi stesse riempiendo i polmoni: ogni respiro mi costava fatica e doleva.

— Se ci prendono tu abbracciami, ok? Abbracciami forte e chiudi gli occhi.

— Ok papà.

La sua mano stringeva la presa e in quel calore timido sentivo una calma rasserenante invadermi tutto il corpo. In quell’abbraccio ci credevo davvero. È stupido a dirsi, ma in quell’istante, quel piccolo essere sentivo che mi avrebbe salvato.

Venne il silenzio. Seguì un alto ronzio alle nostre spalle, che si fece sempre più intenso. Ormai copriva i rumori prodotti dai passi, sempre più veloci, e il nostro ansimare angosciato. 

#

La pioggia di fischi si scatenò in un istante. Non ci restò che urlare. 




Jolanda (@_onda_j) e Igor (@gribyslab)


Le voci si mescolano, e gli odori nel vento. Chiacchiericcio di mamme e figlie, basilico e salvia, baci di coppie, spezie inebrianti, scalpiccio di piedi e risate cristalline, profumo di fiori, borbottio di signori anziani, odore di pescato. Tra le labbra, racconti di ieri, preoccupazioni, fantasie, lamentele. In pochi negoziano, qualche numero, in molti ringraziano e salutano, le essenze che si disperdono e arrivano lontano, di mano in mano. Poi, alcune scompaiono, dissolvendosi pian piano, altre si trasformano sfrigolando. 

«Crêuza de mä.»

«Come scusa?»

«Il posto in cui sei, in dialetto si chiama crêuza de mä

Il bambino mi si avvicinò e mi porse la mano, gliela strinsi. Era callosa, doveva darsi da fare il ragazzo.

«Come la canz...»

«Di De André, sì, se lo ricordano solo per quello.»

«Il banco di pesce è della tua famiglia?»

«Mio zio. Mi piace aiutarlo d'estate. I branzini del pescato di oggi sono belli grossi.»

«Te ne prendo un paio allora.»

«Mettono sale in zucca. Fantasia, idee, dubbi. Quelle cose lì.»

«Bene, ne ho proprio bisogno.»

Il bambino incartò due branzini in un giornale su cui lessi la parola Burroughs.

«Ne avete venduti tanti oggi?»

«Pescati 31, venduti 29. 31 con te.»




𝐷𝜇𝜌𝑙𝜀𝜘 𝜌𝜎𝜀𝜏𝜄𝑐𝛼

5 febbraio 2026 - 18 febbraio 2026

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