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ℂ𝕠𝕟𝕥𝕖𝕤𝕥 𝔸𝕔𝕥𝕚𝕠𝕟 𝕋𝕣𝕚𝕔𝕠𝕝𝕠𝕣𝕖


© Hotpot Ai


Che cos’è l’Action Tricolore?

“Figlio” del thriller d’azione, questo genere è caratterizzato da protagonisti legati al mondo delle Forze Armate italiane, che nulla hanno da invidiare ai Navy Seals della Marina Militare degli USA o agli SAS dell’esercito britannico e con ambientazioni spesso italiane, senza però disdegnare location lontane ed esotiche.

Partendo dall’idea dei 𝐷𝜇𝜌𝑙𝜀𝜘 𝜌𝜎𝜀𝜏𝜄𝑐𝛼 Alessandro Cirillo, autore di romanzi Action Tricolore, ha elaborato una consegna a tema che è stata fornita al Club del Libro come esercitazione:


È l’ultimo fine settimana prima di Natale. L’enorme centro commerciale straripa di persone che si affannano nella ricerca di qualcosa da regalare. In mezzo alla fiumana di gente c’è qualcuno che dissimula interesse per le vetrine addobbate e cariche di prodotti. In realtà non si trova in quel luogo caotico per fare acquisti ma per un motivo ben diverso: deve seguire una persona. Come un cacciatore con una preda. Chi è l’inseguitore? E chi è l’inseguito? Cosa sta per succedere nel centro commerciale?


I testi prodotti dai membri sono poi stati selezionati per partecipare a un contest che prevedeva come premio un libro dal catalogo della casa editrice Edizioni TriplaE.




Mauro (@Mauro Rondoni)


Al Mio Desiderio. 


Sabato 18 Dicembre di qualche anno fa, una settimana soltanto al Natale e regali ancora da acquistare ma a dire il vero, nessuna idea per la testa. Dal soggiorno, il televisore acceso con il volume al massimo trasmette un noioso talk show politico e come da copione, la discussione si anima tra le due fazioni contrarie elevando i toni.

“Sembriamo noi”. Sussurrò tra sé Andrea con un sorriso aspro pensando al rapporto con Laura. La disputa si accende, degenera, si urla, gli ospiti si alzano dalle comode poltrone e sbraitano muso contro muso, minuscole gocce di saliva si scontrano nell’aria. Il conduttore non riesce a gestire il dibattito ormai infuocato.

“Siamo proprio noi…”. Amareggiato, Andrea si avvicina alla grande finestra, fuori è già sceso il buio, le tapparelle del soggiorno sono da abbassare, ma tanto anche se si accendessero tutte le luminarie interne nessuno vede dentro. Il grande appartamento è all’ultimo piano di un palazzo a nove livelli e attorno non ci sono alti edifici da cui scrutare il quotidiano con sguardi impiccioni. Da dentro, oltre al volume del televisore riportato all’ordine, si sente lo sfrusciare delle auto sul corso principale. È l’ora di punta, l’ora del rientro serale. Ora del ricongiungimento con la propria famiglia per tanti, ora del confronto con la propria solitudine per alcuni. 

Il flusso delle auto in transito sembra una mandria di onde rovesciate con violenza sul bagnasciuga o più semplicemente, ceffoni ricevuti per aver commesso gravi sgarri da espiare. 

“Laura! Ma ti vuoi dare una mossa?”.

“Che ti urli!. Hai abbassato le tapparelle? Ti sei messo le scarpe?”. Uscirono di casa come di consueto, in silenzio e senza degnarsi di uno sguardo, ognuno avvolto nel proprio mondo quando ormai era pomeriggio inoltrato. L’intento era di esplorare le vetrine del centro, qualche idea sarebbe arrivata loro in soccorso.   

Guidava lento, sembrava rassegnato mentre sul lato passeggero Laura guardava fuori le luci natalizie sui balconi degli stabili che si affacciavano sul lungo corso, anche lei sembrava rassegnata. Probabilmente, entrambi si stavano chiedendo cosa li avesse portati così lontano l’uno dall’altra. Semaforo arancione. Riemerso da pensieri torbidi e malinconici Andrea frena violentemente.

“Ma sei rincoglionito? Mica era rosso!”. Giusto il tempo di terminare l’esclamazione tagliente e da dietro arriva il rumore stridulo di pneumatici in frenata ed un clacson che suona impazzito. Andrea guarda lo specchietto retrovisore, due fari abbaglianti in avvicinamento lo accecano mentre dentro l’abitacolo il giorno è arrivato in anticipo. Andrea stringe gli occhi e racchiude le spalle ossute quasi a voler attutire l’impatto, ma non avviene nessun urto. Sconcertata, Laura si volta e dal lunotto vede una vettura di grossa taglia quasi incollata al paraurti posteriore. La calandra di una Jeep Compass bianca sembra voler entrare nel bagagliaio della loro Giulietta.

Il silenzio improvviso viene rotto dal rumore di una portiera che si apre alle loro spalle ed una figura scende dal veicolo fermo. Andrea e Laura staccano il proprio sguardo verso quel contorno nero che avanza verso loro. Si guardano fissi in un’intesa che mancava dai primi anni di convivenza ed il piede destro di Andrea, preme verso terra con tutta la forza in corpo. Trascorrono solo pochi secondi e lui si accorge che una macchina li sta inseguendo. Capisce subito che è il veicolo di prima perché ne riconosce il colore e la tipica calandra a sette feritoie della Jeep. Il SUV dietro li punta addosso a tutta velocità lampeggiando con le luci abbaglianti. Andrea accelera cercando di allontanare quel mezzo sconosciuto che pareva posseduto dal demonio. Che ce l’avesse proprio con lui era una dato certo, l’inseguitore gli stava incollato e continuava a lampeggiare gli abbaglianti esortandolo a fermarsi. Andrea era in fuga e non sapeva perché, cercava di scappare. Cercava di seminare quel folle imboccando rotatorie, svoltando all’improvviso, cambiando percorso e attraversando un paio di incroci con il rosso sfiorando lo schianto. Si sentiva addosso lo sguardo preoccupato di Laura, aggrappata con entrambe le mani alla maniglia appiglio e lo sguardo fisso avanti. In quelle manovre fulminee Andrea temeva per l’incolumità della sua compagna, quel pazzo le avrebbe potuto far del male. La folle corsa finalmente si interruppe in periferia, nel grande piazzale del centro commerciale Senner, dove centinaia di auto si erano date appuntamento. I due scesero furtivamente dall’auto con la speranza d’aver seminato quel pazzo che li aveva inseguiti in una corsa indemoniata per la città e si infilarono guardinghi, nell’affanno della gente alla ricerca di qualsiasi cosa da regalare.

“Io mi fermo qui in libreria, do un’occhiata”. Il tono di Andrea era più disteso ora che la corsa era terminata. La galoppata e la preoccupazione reciproca avevano smussato i toni aspri e spigolosi dell’ultimo periodo di convivenza.

“Ok, va bene. Io salgo al piano superiore e do uno sguardo alle vetrine”. Anche Laura ora  appariva più distesa. Prima di entrare nella libreria, Andrea si guardò ancora attorno con sospetto. Il largo corridoio centrale ad anello era un brulicare di persone rigurgitate dai negozi attigui. Un formicaio indaffarato a curiosare senza sosta tra le vetrine animate dalle luci riscoperte per l’arrivo del nuovo Natale. Borse, cappotti, fragranze di profumi nauseanti e alcuni di classe, odori di sigari e pipe si mescolavano in quel tardo pomeriggio pennellato di scuro dai colori invernali del giorno. C’era gente che usciva dal cinema sgranocchiando ancora popcorn. C’erano bambini infagottati che facevano capricci. C’erano uomini panciuti travestiti da Babbo Natale che intonavano patetici inni natalizi. C’erano vetrine da cui pendevano decorazioni e ancora, c’erano luminarie fastidiose e sgargianti. 

Attirato da un richiamo sinistro, si avvicinò alla vetrata che dava al parcheggio. Dopo aver scandagliato tutta l’area esterna, d’istinto Andrea si ritrasse facendo un passo indietro.   

“Merda! E’ qui!”. Una Compass bianca stava perlustrando le file ordinate di auto parcheggiate, sembrava un’orca affamata a caccia di foche. Si trattenne dal correre verso Laura, per una ragione sconosciuta voleva capire chi ce l’aveva con lui, chi fosse e quali intenzioni avesse quel maledetto bastardo. In fondo, l’inseguitore non aveva visto i loro volti. La Compass parcheggiò proprio di fianco alla loro Giulietta. Ne scese un uomo alto e longilineo con un cappello in testa tipo Borsalino e con passo affrettato, si avvicinò all’entrata varcandola.

“Eccolo! Fatti vedere in faccia maledetto!”. Sussurrò fra sé Andrea mentre il cuore prese a battere più forte di una grancassa. Tuttavia, anche se la distanza che li separava non era così importante, non riusciva a coglierne i lineamenti. Il suo volto era in ombra, il cappello calcato sulla fronte ne celava i lineamenti. Anche le mani erano nascoste, tenute in tasca del cappotto grigio. Poteva avere trenta o mille anni lo sconosciuto, impossibile immaginare un’età. L’uomo si guardò intorno indugiando tra la folla, poi si diresse verso l’ala est del centro commerciale, la direzione opposta della vetrata da dove Andrea lo vide arrivare. 

Lo seguì cauto mantenendo una debita distanza. Dopo soli pochi passi lo vide fermarsi e chiacchierare con un gruppetto di persone, anche Andrea si fermò dissimulando interesse per i profumi esposti in vetrina, la profumeria traboccava di narici dilatate e curiose. Qualche istante e l’uomo del mistero riprese a camminare, non voltandosi mai ma utilizzando qualsiasi riflesso che gli potesse restituire qualche immagine di ciò che avveniva alle proprie spalle. Specchi e riflessi erano divenuti oggetto di attenzione per entrambi. L’uomo dal cappello, dopo aver sbirciato all’interno di un negozio di telefonia, si avvicinò ad un bar. Ordinò qualcosa da bere e prese posto ad un tavolino esposto in galleria. Gli dava le spalle, ed una volta accomodato lo vide sfilare dalla tasca sinistra un bracciale mentre con l’altra sorseggiava una tazza di tè fumante.

Di rimando, Andrea si toccò il polso sinistro scoprendo che il prezioso bracciale regalatogli da Laura non c’era più o meglio, lo teneva in mano lo sconosciuto. Gli si avvicinò senza indugiare e prese posto proprio di fronte all’uomo con il cappello.

“Ci conosciamo?”. La voce era profonda e gentile.

“Quel bracciale… quel bracciale che ha in mano…”.

“Questo? C’è incisa una frase o meglio, una dedica”. L’uomo celò alla vista l’incisione.

“Al mio desiderio! C’è inciso Al mio desiderio! Ma dove… come...”. L’uomo del cappello si mostrò in volto. Sorrideva di un sorriso genuino.

“Ho visto che ti è caduto quando stavate per entrare in macchina, così l’ho raccolto e vi ho inseguito per riconsegnartelo”.

“Hai trovato qualcosa?”. Laura risplendeva in tutta la sua bellezza di una luce creduta ormai persa. Andrea le andò incontro sorridente e con occhi lucidi.

“Sì, ho ritrovato te, amore mio”.



Silvia (@rougewine)


Il cacciatore di taglie


La mattina del 27 dicembre iniziò con una nevicata e mentre sorseggiavo il caffè nel tentativo di svegliarmi, squillò il telefono, sbuffai ripetutamente perché per quanto cercai di ignorare il trillo fastidio provenire dal salotto, quel terribile suono non esitava a smettere.

Bevetti il caffè tutto d’un fiato e mi alzai per rispondere a quel maledetto telefono ma non feci neanche in tempo a dire pronto che una voce squillante iniziò a vomitare parole su parole.

< …. ALLORA SI PUO’ SAPERE DOVE DIAVOLO È FINITO IL RAPPORTO CHE TI HO CHIESTO SU QUEL FOTTUTO HACKER????> 

Sbarrai gli occhi, cazzo, l’avevo completamente rimosso.

< Buongiorno Comandante, mi scusi, ha perfettamente ragione sono in ritardo con la consegna, purtroppo ho avuto un imprevisto con il computer>; non mi fece neanche finire la frase che urlò ancora più forte < NON ME NE FREGA UN CAZZO DELLE SUE SCUSE ENTRO DUE ORE VOGLIO IL RAPPORTO SULLA MIA SCRIVANIA A COSTO DI SCRIVERLO CON IL SUO SANGUE SE QUEL SUO FOTTUTO PC NON DOVESSE FUNZIONARE> click.

Quando provai a replicare sentii semplicemente il suono rimbombante del telefono staccato e dopo essermi assicurata che la linea fosse veramente staccata urlai < FANCULO ANCHE A LEI>.

Sorridendo alla cornetta chiusi il telefono con arroganza, mi andai a fare un altro caffè e mi diressi nuovamente in salotto, sulla scrivania accanto al telefono c’era il computer, era in stand by dalla sera prima e mi bastò muovere il mouse per farlo tornare in vita.

Il nero dello schermo dopo pochi secondi divenne bianco, ritrovai la pagina di word bianca con il cursore per scrivere che continuava a lampeggiare, come se urlasse “dai forza batti suoi tasti la tua storia”.

Mi sedetti alla scrivania, aprii il cassetto e tirai fuori la cartellina con tutto il materiale che avevo raccolto, iniziai a sfogliarlo per rinfrescarmi la memoria e così, misi entrambe le mani sulla tastiera e cominciai a battere sui tasti.

RAPPORTO 125-478, MARCO PISANI, PUBBLICA SICUREZZA – COMPARTO SPECIALE CYBER CACCIATORI DI TAGLIE 

Sabato 17 dicembre verso le 10 del mattino sono stato contattato da uno dei miei informatori, collabora con me da due anni da quando è nato il comparto speciale denominato “Cyber Cacciatori di Taglie”.

Il mio cyber informatore ha lo scopo di individuare un programma, studiare come sia stato sviluppato e cercare i punti deboli per sanarli e renderli sicuri.

Il suo compito è quello di scoprire errori di programmazione che minano la sicurezza di svariate tecnologie per evitare che vengano vendute al mercato nero.

Mi segnalò che nella dark room da giorni c’erano movimenti sospetti inerenti, secondo lui, ad un imminente attacco informatico.

Al momento del contatto la situazione non era chiara, non era ancora riuscito a identificare né la fonte di provenienza né un eventuale indirizzo IP da rintracciare ma era riuscito a criptare un indirizzo “Via Crea 10 Grugliasco” associato alla data del 17 dicembre.

Mi disse che a quell’indirizzo c’era un centro commerciale e che ancora non capiva il collegamento.

Visto i numerosi dubbi sulla questione decisi di fare un sopralluogo la mattina della data in questione.

Non allertai le forze dell’ordine per non diffondere il panico considerando le migliaia di persone presenti nel centro commerciale dato che era il fine settimana prima del Natale.

Mi recai subito sul posto ma non avevo la minima idea su cosa cercare.

Passai ore a fare avanti e indietro, entrando in tutti i negozi ma non riuscii a trovare traccia di niente.

Verso le 14 mi arrivò un messaggio dal mio informatore, era riuscito a criptare qualche altra informazione.

Gruppo MediaMarkt mi scrisse.

Il gruppo MediaMarkt è noto in Italia per far capo alla grande distribuzione di elettronica da consumo denominata MediaWorld.

Decisi di fare un sopralluogo nel negozio per cercare qualche informazione o qualche movimento inopportuno.

Fino alle 16 tutto nella norma, giravo nei vari reparti ma tutto sembrava tranquillo e più passava il tempo e più il negozio si riempiva di gente.

Alle 16.30 tutti i sistemi di antitaccheggio collegati a qualcosa di informatico iniziarono a suonare.

Lo staff e i clienti all’interno del negozio iniziarono ad andare in confusione, ci fu un po' di trambusto.

Alcuni commessi tentarono di fare delle chiamate dal telefono fisso ma risultavano tutti staccati.

Dopo circa cinque minuti, il rumore incominciava a farsi fastidioso e la gente decise di andarsene ma quando gli allarmi smisero di suonare, si sentii un rumore metallico e le porte scorrevoli iniziarono a chiudersi prima che la gente riuscisse ad uscire.

La gente iniziò a gridare perché era bloccata dentro il negozio, dopo pochi minuti sentimmo un BIP molto forte e tutti gli schermi di qualsiasi apparecchio informatico, dai computer ai televisori, dai tablet agli smartwatch divennero bianchi compresi tutti gli oggetti elettronici personali di ogni cliente all’interno del negozio.

Dopo pochi secondi, sempre su ogni schermo, comparve l’immagine della Monnalisa e dalle casse uscirono suoni di risate.

Il tutto durò circa un minuto, poi ci fu silenzio, gli schermi divennero neri e comparve la seguente frase: IL VOSTRO SISTEMA E’ STATO ATTACCATO DA UN VIRUS. TUTTI I DISPOSITIVI SONO STATI HACKERATI. TUTTI I VOSTRI FILE, APP E OGNI TIPO DI DATO SUI VOSTRI SISTEMI SONO STATI CRIPTATI. RISCATTO 300.000 BITCOIN, PAGATE O PERDERETE TUTTI I DATI.

QR CODE PER PAGAMENTO DEI BITCOIN.

LE FORZE DELL’ORDINE NON SARANNO IN GRADO DI AIUTARVI.

Tutte le persone all’interno del negozio iniziarono a bisbigliare e ad agitarsi, per evitare ulteriore panico ho mostrato il distintivo, ho cercato di contenere una crisi di massa dicendo di essere un poliziotto della pubblica sicurezza, di mantenere la calma e che insieme ai responsabili del negozio avremmo iniziato subito a cercare una soluzione.

Cercando di farmi spazio fra la gente che piangeva e urlava mi sono diretto con fatica alla postazione vicino alla cassa per cercare il responsabile ma ho faticato ad arrivare a destinazione perché fui sommerso dai clienti impanicati che continuavano a fare domande.

Quando riuscii ad arrivare al bancone chiesi allo staff di poter parlare con il referente e lo andarono a chiamare in magazzino. Arrivò dopo pochi minuti, stava cercando un piano di emergenza per aprire le porte ma era tutto bloccato. 

Riunii lo staff cercando di spiegare la situazione, mandai un gruppo a tenere a freno la clientela per cercare di mantenere la calma, poi mandai un altro gruppo a scrivere su dei fogli da appendere alle vetrate, cercando di spiegare cosa stesse accadendo e i numeri di emergenza da chiamare. 

Feci preparare un angolo per il primo soccorso in caso di malore o attacchi di panico. 

Nel giro di mezz’ora tutta la clientela del centro commerciale era attaccata ai vetri a spiare la situazione.

Entro un’ora arrivarono i colleghi della pubblica sicurezza, fecero sparpagliare la gente mettendo le transenne per cercare di lasciare libero lo spazio. 

Nelle 5 ore successive non riuscimmo a mettere in pratica nessuno dei piani esistenti per sbloccare la situazione. Alle ore 21 circa iniziarono di nuovo i suoni delle risate dagli autoparlanti, tutti gli schermi divennero di nuovo bianchi, poi comparve la scritta: SCUSATE PER LA LUNGA ATTESA, RISCATTO RICEVUTO, GRAZIE PER LA COLLABORAZIONE VI AUGURO BUON NATALE!

Improvvisamente tutti gli schermi ripresero a funzionare, le porte si aprirono e la gente iniziò a correre veloce verso l’uscita. Pensai che l’azienda avesse pagato il riscatto, andai a parlare con il responsabile che smentii, mi disse che non aveva avuto nessun ordine dai suoi superiori. Ci mettemmo parecchio tempo per capire che il riscatto se l’era preso da solo, nelle 5 ore di tempo che siamo stati chiusi dentro al negozio, tutte le informazioni contenute nei dispositivi erano state rubate e tutti i conti correnti erano stati svuotati. Il giorno dopo abbiamo aperto un ufficio temporaneo per le denunce dei clienti e abbiamo emesso una taglia su questo nuovo hacker informatico.

Al momento non abbiamo ulteriori prove ma stiamo continuando a seguire diversi movimenti sospetti nel dark web.

Rilessi velocemente il rapporto e lo mandai al mio superiore.

Mi chiamò poco dopo al telefono, stavolta non era incazzato anzi era docile e gentile; si volle congratulare per la gestione del comparto speciale e per informarmi che avevano intenzione di rendere ufficiale il lavoro da cyber cacciatore di taglie; mi disse che mi aspettava in ufficio per parlare dei dettagli.

Mi vestii frettolosamente e mi feci un altro caffè, spensi il computer e presi tutto il materiale su cui avevo lavorato, mi infilai la giacca e presi le chiavi di casa e della macchina.

Chiusi la porta di casa sorridendo, schiacciai il pulsante dell’ascensore e mentre attendevo che arrivasse al mio piano continuai a sorridere cercando di capire come spendere 300.000 bitcoin.




Jolanda (@jukeboxscienza)


Cappotti, buste, carrelli, sorrisi: figure affaccendate, alcune a telefono e preoccupate, altre in compagnia che chiacchieravano e ridevano. Ma il riflesso di Claudio Santini aveva un’espressione calma. Avrebbe forse dovuto farsi contagiare dall’entusiasmo, o dal panico, dei regali dell’ultimo momento? 

Contrasse le sopracciglia scure e si sfiorò la tasca interna della giacca per la decima volta quel giorno. Il Natale, da anni così solitario per lui, non gli era mai interessato particolarmente, figurarsi oggi. Per fortuna era l’ultima volta, poi sarebbe salito sull’aereo e avrebbe detto addio per sempre a quella merda.

Si allontanò dal negozio di oggetti per la casa, le copertine con le renne e le stoviglie con fiocchi di neve esposte, e raggiunse il negozio dalla parte opposta del corridoio, in vetrina gli abiti lunghi e sfavillanti. Guardava i riflessi nel vetro e aspettava.

Ed eccola, finalmente, la donna per cui si trovava là. Sotto i capelli scomposti con fili neri e grigi, le sue mani stringevano al corpo sottile un cappotto rosso con fare nervoso. 

Fingendo di ricordarsi di dover acquistare qualcosa, Claudio seguì la donna in un negozio di giochi. Con i sensi rivolti a lei, che cercava qualcosa tra i mattoncini Lego, si soffermò davanti agli scaffali di action figure e giochi da tavolo. Ne afferrò uno a caso e andò alla cassa per acquistarlo, poco prima che la donna si mettesse in fila per pagare a sua volta. Spostandosi da una parte accanto alla cassa, Claudio prese tempo rimettendosi il portafoglio nella giacca con cura, sfiorando il calcio della pistola.

La donna si diresse fuori dal centro commerciale guardandosi attorno agitata, i passi veloci negli stivaletti neri, l’eco che li moltiplicava nel parcheggio. Sapeva di essere seguita? 

Poco importava. Tra poco Claudio l’avrebbe presa. 

Infilò una mano nella giacca nera e si nascose dietro a una colonna, aspettando che la donna estraesse le chiavi della sua auto. E mentre lei apriva l’automobile, lui agì.

“Ferma” le intimò, la voce roca e profonda, immobilizzandole gli avambracci con il braccio sinistro e puntandole la pistola alla gola, il dito destro sul grilletto. 

La donna si paralizzò, poi si scosse: “Lasciami! Non ho fatto niente!” urlò, cercando di liberare una mano. L’uomo la strinse ancora di più a sé, e mormorò: “Sta’ zitta e vieni con me o ti sparo” le ordinò, e la sbatté sul sedile posteriore. Le strappò di mano la borsa e la busta con il gioco, gettandoli sul sedile anteriore insieme al proprio acquisto. Poi estrasse delle fascette stringicavo dalla propria tasca e ne avvolse una intorno ai polsi della donna, una intorno alle caviglie, e con la terza le unì tra loro. Mettendosi alla guida, intimò: “Zitta e calma”. 

L’auto fuggì dal centro commerciale e si trovò presto in aperta campagna. 

La donna iniziò a piangere. “Ti prego, lasciami andare. Ho cambiato città, ho cambiato nome, ho cambiato lavoro, ho fatto tutto quello che mi avevano chiesto… cosa vogliono ancora da me?”

Claudio taceva.

“Ti prego, ascoltami! Devi credermi!” singhiozzò lei.

“Perché dovrei?”

“Perché loro amano solo i soldi” balbettò la donna. 

Quelle parole aprirono qualcosa dentro di lui. Gli affiorò alla mente il fantasma di un pomeriggio ormai lontano, passato a giocare a Monopoli con la madre. ‘Non mi fido di te, sei spietato!’ rideva lei, rifiutandosi di vendergli due terreni per cui aveva ricevuto un’offerta misera solo perché era sull’orlo del fallimento. 

Claudio forzò la chiusura del ricordo, tornando al presente. “Anch’io amo i soldi” replicò.

La donna tremava. “Se sono i soldi che vuoi, posso darteli.”

“Non credo che tu possa competere.”

“C-cosa…” La voce della donna s’incrinò. “S-sei un assassino?”

No, questo no. “Devo solo portarti in un posto, Elena.”

“E cosa pensi che mi faranno? Delle carezze? Potrebbero lasciarmi in pace…” La voce della donna sembrava impazzita, ora acuta, ora grave. “Come io ho fatto negli ultimi due anni!”

“Sei una scienziata, giusto?” le chiese Claudio.

“Sì. Un’ingegnera” rispose lei, un po’ tranquillizzata dalle risposte dell’uomo.

“Forse vogliono chiederti di aiutarli” azzardò lui.

“No, no!” La donna si agitava di nuovo. “Cazzo! Mi hanno chiesto di andarmene e cancellare tutto! Loro non vogliono quello che so fare!”

Senza accorgersene, Claudio stava rallentando. “In che senso?” le domandò. Ormai l’ombra nella sua voce era del tutto scomparsa, rimpiazzata dalla curiosità.

“Ho trovato un modo per aumentare lo sfruttamento energetico del sole da parte dei pannelli fotovoltaici” spiegò la scienziata. “Con le nanotecnologie. Dove l’ho implementata, i pannelli erano più efficienti anche del 50%. Credevo che l’avrebbero apprezzato, che avrebbero voluto aprirsi alle rinnovabili perché sono il futuro. Anzi, non c’è un futuro senza.” Ora la donna era infervorata, accesa, come se fosse stata a un comizio e dovesse smuovere le folle per la sua causa. “Ma non è qualcosa di redditizio” continuò. “In Italia ci vogliono anni per aprire impianti di rinnovabili. Poi ci sono speculatori che comprano i terreni che otterranno un’autorizzazione a costruirci impianti per rivenderli a prezzi altissimi a chi ce li vuole costruire. E la legge vieta ai distributori di energia di conservare quella prodotta in eccesso. Quindi, a che pro spendere soldi per migliorare una tecnologia quando l’energia in più andrà gettata via? Non è così che ci si arricchisce.” Le sue parole sferzavano l’aria come spade.

Claudio si era fermato sulla stradina e taceva. Guardava il viso della donna nello specchietto: le guance rosse, gli occhi luminosi. Nonostante la paura che aveva addosso, si era fatta prendere dalla passione per il suo lavoro, la sua missione. Ci credeva davvero. Mentre le mani di chi gli aveva chiesto di portarla nei loro uffici di campagna, be’, giocavano con gli anelli, abituate a sfogliare banconote e infilare fogli nei tritadocumenti.

Si voltò a guardarla direttamente, e le chiese: “Perché si sono sbarazzati di te?”

Lei ricambiò lo sguardo e replicò con sicurezza: “Temono la concorrenza. Mi hanno intimato di tacere su quanto ho scoperto, dandomi dei soldi per scomparire affinché non fossi tentata da altri. E così ho fatto.”

Poi si voltò a osservare il cielo dal finestrino, stringendo le labbra. Stava calando la sera e poco lontano vedeva fumare il comignolo di una casa. 

In quel momento, Claudio capì tutto. Rivide la donna tremare mentre si guardava intorno, come se si aspettasse di essere catturata. La rivide mentre comprava i Lego, regalo di Natale per un bambino. Il suo futuro.

“Hai rivelato il segreto, vero?” le domandò.

Elena continuò a guardare fuori, il respiro spezzato. 

Claudio non era sempre stato lo zerbino di persone potenti. Una volta aveva creduto di poter fare la differenza, un po’ di verità alla volta. Aveva seguito un corso per diventare giornalista, sperando di cambiare le cose. Poi sua madre era morta, e con lei tutte le sue risorse e la sua possibilità di inseguire i suoi sogni. Ma lui non voleva essere un tirapiedi.

“So cosa puoi fare per cambiare le cose” disse a Elena. Fece un’inversione a “U”, diretto dalla sua amica Alice, che da poco lavorava in televisione.

Sul sedile accanto, il Lego di un’astronave e una versione da viaggio di Monopoli sporgevano dalle buste e si facevano compagnia, uno accanto all’altra.




Igor (@gribyslab) 


Un freddo indimenticabile


Un piccolo topo grigio zampettava lungo il perimetro del negozio H&M di Sesto San Carlone. L’animale aveva trovato dimora in alcuni scatoloni situati nel retro del negozio da ormai un paio di giorni.

Dopo aver portato alcune briciole nella sua tana improvvisata, decise di provare a spingersi verso Starbucks, dove di solito trovava parecchio cibo. Gli umani di quel negozio, però, erano aggressivi nei suoi confronti, più di una volta aveva rischiato di essere ucciso. Con grande attenzione corse verso il mobile della cassa e raccattò alcuni piccoli pezzi di zucchero rosa, poi girò le minute zampette e con grande fretta riprese la strada per casa.

Fu in quel momento che sentì una persona gridare. La prima convinzione fu subito quella di essere stato scoperto, ma dopo pochi secondi si accorse che così non era: un cucciolo di umano aveva fatto cadere del cibo a terra e si stava disperando. Un uomo anziano, andando di fretta, aveva urtato involontariamente il piccolo braccio del bambino e addio alla cioccolata calda con panna e cannella. Il vecchio, che di nome faceva Italo, non si fermò a scusarsi, era troppo occupato a tenere un passo sostenuto. 

Non appena il signore anziano era entrato nel centro commerciale, aveva iniziato a percepire di essere inseguito da qualcuno. Il suo sesto senso si era attivato incrociando lo sguardo di un giovane che indossava un berretto nero e una tuta dell’Adidas.

Italo aveva passato metà della sua vita a lavorare per i SSI, solo al compimento dei cinquantacinque anni aveva deciso di mollare tutto per dedicarsi alla sua passione: la scrittura e i libri. E proprio grazie a questa passione era iniziata la sua seconda vita, come autore affermato di libri di spionaggio.

All’interno dei suoi racconti inseriva per lo più elementi inventati, ogni tanto però capitava che si ispirasse a vicende della sua vita per produrre storie più reali e avvincenti.

Prima di iniziare ad aumentare il passo, Italo aveva valutato bene la situazione. Voleva evitare di mettersi in ridicolo nel centro commerciale della sua città. 

Immaginati cosa potrebbero pensare le persone se vedessero un anziano correre in mezzo agli scaffali

Era questo il principale pensiero che teneva a freno la sua ansia.

Quel pomeriggio si era diretto al centro per acquistare un paio di giocattoli da regalare ai suoi nipoti per Natale. Era abbastanza rilassato, il suo ultimo romanzo “Racconti di una spia italiana” stava andando bene. Non l’avrebbe mai creduto possibile. Per lui, l’ultimo capolavoro che aveva scritto, era “Sospiri del deserto” uscito una decina di anni prima. Tutto ciò che aveva scritto dopo lo percepiva come un pilota automatico che scrive, quasi come se la tanto temuta Intelligenza Artificiale si fosse impadronita di lui e scrivesse libri tutti uguali al posto suo.

In realtà Italo sapeva che si era solo impigrito, un po’ perché la sua mente non era più quella di un tempo e un po’ perché voleva ormai godersi i guadagni cazzeggiando in giro.

Ma aveva degli obblighi contrattuali con la casa editrice che gli aveva dato il successo e non poteva assolutamente tirarsi indietro.

Provò a entrare in un negozio di cosmetici e attraverso gli specchi delle postazioni di prova-trucchi tenne d’occhio il ragazzo in tuta. Il giovane si fermò poco distante dall’ingresso del negozio, guardandosi attorno in modo disinvolto.

«Figlio di puttana, mi pedinavano quando tu non eri neanche nei pensieri di tuo padre e tua madre, quel modo di fare non dissimula proprio un bel niente.»

Italo acquistò un paio di saponette e si diresse verso l’uscita, voleva provare a farne cadere una di fronte al ragazzo, per vedere la sua reazione. Ma l’astuto inseguitore si era già allontanato, il vecchio l’aveva perso di vista.

«Povero me, se sono diventato così paranoico sarà meglio che il regno dei cieli mi accolga presto.»

L’anziano si diresse in un negozio di giocattoli, optò per due Lego Creator e due piccole action figure delle Tartarughe Ninja

Gli prendo Donatello così se la ridono per la somiglianza con Mbappè

Italo era sì vecchio, ma riusciva a tenere il ritmo dei meme di internet in modo abbastanza sostenuto. Ultimamente adorava ascoltare anche il rapper Lil Peep durante le sue sessioni di scrittura.

«Se Stephen King ascolta la dance e la techno, non vedo perché io non possa ascoltare un rapper americano.» diceva ai nipoti, i quali lo prendevano spesso in giro per via di quel contrasto tra un signore anziano con i capelli bianchi, che indossava gilet di lana e cravatta abbinata e poi spianava i timpani con i bassi di uno dei più grandi rapper bianchi che siano mai esistiti. 

Alla cassa provò di nuovo a scrutare fuori dal negozio per cercare il ragazzo in tuta. Il nulla.

Pagò e uscì continuando a restare sull’attenti. Pian piano Italo si convinse di essersi immaginato tutto. La fantasia galoppa sempre quando si è dei creativi.

Dopo gli acquisti di Natale decise di andarsi a prendere un caffè nel bar al piano superiore. Prese le scale mobili continuando tuttavia a guardarsi attorno.

All’anziano scrittore piaceva sperimentare perciò questa volta decise di andare a prendersi un caffè da Starbucks, magari un espresso al caramello. Gli era capitato di prenderlo un pomeriggio che aveva accompagnato uno dei due nipoti a fare alcuni acquisti e l’aveva trovato davvero buono.

Prima di andare nel locale decise di fare tappa in bagno, scelse la porta centrale tra le tre disponibili e fece quello che doveva fare. Una volta concluso sbloccò il lucchetto della porta e diede una piccola spinta per aprirla ma percepì un certa resistenza. Provò a dare un spinta più forte, senza successo.

Mi hanno chiuso dentro

Italo non dire cazzate disse la sua mente usando la voce di sua madre.

Prese una piccola rincorsa e nello stesso istante la porta si spalancò, di fronte a lui il giovane inseguitore lo attendeva con un piccolo filo teso e stretto tra due pugni. Italo capì all’istante che l’obbiettivo di quel ragazzo era quello di farlo fuori.

Utilizzando quel poco di agilità che il corpo attempato gli permetteva si piegò in avanti e si spinse contro i lavandini posti di fronte alle porte del bagno. Il primo tentativo di assassinio del ragazzo andò a vuoto. Si sentì un grugnito di disapprovazione.

Italo, un po’ dolorante per una botta sul fianco, tentò di correre verso l’uscita ma venne pinzato dalla mano dell’inseguitore. Con un istinto felino il vecchio sferrò a sorpresa un gancio destro dritto sul volto del ragazzo il quale si piegò sofferente.

Mi hai sottovalutato figlio di puttana!

Il cuore di Italo stava galoppando come non faceva da tempo.

Non cedere proprio adesso, ti prego pensò.

Raggiunse l’uscita dei bagni, evitò di correre per non attirare l’attenzione, transitò di fianco allo Starbucks che questa volta non avrebbe avuto dei soldi dall’anziano scrittore. A passo sostenuto e con lo sguardo che si girava spesso verso il bagno Italo non si accorse che di fronte a sé era apparso un bambino, tentò di schivarlo ma ormai era troppo tardi. Colpì il braccio del piccolo e fece rovesciare a terra la cioccolata che teneva in mano.

Ad altezza pavimento, il piccolo topo si nascose in una rientranza della cassa e percorse la propria strada al coperto. Raggiunto il limite del mobile fece un deciso scatto per raggiungere H&M e tornare nella tana.

Ad altezza umano invece, una signora, probabilmente la madre del bambino, urlò un qualche insulto. Ma Italo era in modalità fuga, tutte le informazioni inutili venivano filtrate dalla sua mente.

Dal bagno, per sua fortuna, nessuna figura in tuta nera si decideva ad uscire.

Percorse la strada per raggiungere i parcheggi interrati, tornò alla propria auto, salì e si chiuse dentro.

Fece un lungo sospiro poggiando la testa sul volante. Il cuore si era calmato.

Devo dire che mi mancava questo tipo di adrenalina pensò rilasciando un risata sussurrata.

Infilò la chiave e accese il motore, poi iniziò a scrutare attorno all’abitacolo immaginandosi la sorpresa della figura in tuta nera e berretto. Ma non vide nulla.

Ingranò la retromarcia, uscì dal parcheggio e partì.

Per andarsene dal centro commerciale occorreva percorrere tutto il perimetro dei parcheggi esterni. Transitando nel retro dei negozi notò un topolino che zampettava verso una montagna di scatoloni. In una piccola parte della sua mente Italo iniziò a riflettere su quale tipo di sanità ci potesse essere in un luogo simile.

Potrebbe essere la riflessione iniziale per il mio prossimo libro

Una volta raggiunto lo stop che immetteva nella strada di fronte al grande magazzino, però, lasciò andare con rapidità quel pensiero, perché lo vide.

Il ragazzo in tuta era in piedi, di fianco a una Mercedes-Benz E63 nera come il petrolio, che lo fissava.

Pronunciò qualcosa, Italo tentò di leggere il labiale. Era certo si trattasse di russo.

Un brivido freddo lo percorse lungo tutta la schiena. 

Freddo, come la guerra che a quanto pare non aveva ancora smesso di tormentarlo.




La premiazione è avvenuta domenica 28 gennaio 2024 nel locale Suma Si - Vineria di turno a Chivasso:





Il racconto premiato è stato Un freddo indimenticabile di Igor Gribaldo.

Il libro dato in premio è Protocollo Granata di Alessandro Cirillo e Francesco Cotti.




𝐷𝜇𝜌𝑙𝜀𝜘 𝜌𝜎𝜀𝜏𝜄𝑐𝛼


27 dicembre 2023 - 13 gennaio 2024


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