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finestra

Illustrazione generata con l'aiuto di un'intelligenza artificiale (Gemini – Google)
Illustrazione generata con l'aiuto di un'intelligenza artificiale (Gemini – Google)

La consegna 


La finestra di casa


Descrivi cosa vedevi da una finestra importante della tua vita.

Hai ancora modo di accedere a quella finestra? Che cosa ci vedi di diverso?




Efed (@the_efed)

Window over Efedville

Dalla finestra della mia stanza,

ho visto i Grandi Alberi attendermi.


Li ho sognati.


Poi, ho visto me stesso 

cavalcare con forza per raggiungerli, 

ammirarli

e proseguire oltre,

nelle Terre Selvagge…


Cercando un'irlanda mentale 

nelle epiche nuvole del fiorir di tempesta,

e negli sfarzosi risalti dell'acqua dei fossi.

Sormontando campagne 

con furia crescente,

Rilassandomi

all'ombra di infrastrutture stradali 

che apparivano aliene. 

Trovando infine l'universo intero 

e scoprendo di non aver più molto da cercare…


Ora, 

mi affaccio alla stessa finestra

e nn vedo più gli Alberi.

E nemmeno me stesso.



Federico (@federciani) Un pappagallo alla finestra


Un giorno, seduto alla scrivania del mio studio, sentii un richiamo stridulo d’uccello, un urlo, quasi. Mi voltai e davanti alla finestra, fermo a fissarmi, un piccolo pappagallo verde. 

Ecco, se devo raccontare la finestra più significativa nella mia vita, quella finestra, in quel momento, è la prima cosa che mi viene in mente. Si trattava di una finestra quadrata, lasciata spalancata e da cui arrivava il profumo della primavera, l’aria tiepida e la calma indaffarata di una mattina qualunque. Quel pappagallo s’era fermato sulla struttura della zanzariera, un telaio in legno costituito da tanti riquadri quadrati; l’uccello aveva trovato un appoggio comodo proprio al centro di questa struttura.

Mi piace ricordare quella finestra, perché appartiene ad un passato in cui sedevo proprio di fronte, a scrivere, a disegnare, a volte semplicemente a perdermi nella vista dei tetti rossi e della collina. Era un luogo amico quello, uno spazio gentile e confortante. Quella finestra era un riquadro dove intravvedere le possibilità, le opportunità. Era anche una finestra davanti a cui mi fermavo a contemplare ciò che ero, nel bene e nel male.

Quel giorno, quando quell’uccello arrivò, e tutti gli altri giorni a seguire, perché il pappagallo non mancava mai l’appuntamento, sentivo il “friccicolio” -mi si perdoni l’uso di un termine inesistente nel vocabolario, ma che mi evoca esattamente la sensazione che provavo- dell’attesa del futuro. Lì, in quello studiolo che mi ero ricavato, scrivevo liberamente e mi sentivo calmo e sereno. Quel pappagallo, pensai, è la vita che viene a farmi compagnia, la speranza nel futuro. Il suo verde acceso gli faceva dire sono qui, guardami, ed io lo guardavo e sorridevo. 

Quella finestra è ora un ricordo, un luogo perduto. Non nascondo di aver pensato fosse perduto per sempre, finché ho capito che quella finestra può essere ovunque sia io, e così il pappagallo. Ora guardo la porta finestra al mio fianco, guardo una piccola cimice verde che vi cammina sopra e penso che tutto sommato sia lo stesso. Quella finestra è ora nel mio sguardo ed io mi sono fatto pappagallo.

Silvia (@rougewine)

Il silenzio del cortile

Da bambina amavo restare alla finestra della cucina, appoggiata al davanzale, con il naso schiacciato contro il vetro. Da lì osservavo il cortile del condominio, in attesa di scorgere il primo dei miei amici che scendeva a giocare. 

Ogni pomeriggio, tra un compito e l’altro, mi alzavo di continuo dalla sedia: bastava un’occhiata per capire chi fosse già libero. In realtà non serviva guardare, perché le urla di gioia al primo goal arrivavano puntuali, squarciando il silenzio.

Il cortile era spoglio, ma per noi era un campo da calcio: due colonne del portico diventavano la porta, e il sole del pomeriggio illuminava i palazzi mentre l’asfalto odorava di catrame. 

Quel profumo si mescolava al sudore dei nostri corpi instancabili. Eravamo otto bambini, solo due femminucce, e il calcio era l’unico sport che ci teneva uniti. L’alternativa era l’altalena: ci spingevamo a turno e il cigolio delle catene diventava musica che accompagnava le nostre risate.

Accanto, il giardino condominiale faceva da cornice: due cespugli di rose e un albero gigantesco che offriva ombra nelle ore più calde. Le nostre biciclette giacevano sempre a terra, una sopra l’altra, come se si abbracciassero proprio come noi. 

La finestra era il mio rifugio segreto: da lì imparavo a sognare, immaginavo storie e mi sentivo parte di quel mondo anche quando non potevo scendere. 

Era un luogo dove il tempo sembrava rallentare, mostrandoci la vita nella sua forma più semplice e serena.

Sono passati trent’anni. La finestra è rimasta identica, ma io no. 

Si apre ancora sul cortile, eppure non è più lo stesso. I miei occhi sono cambiati, e ogni dettaglio porta con sé un velo di nostalgia. 

Non sento più la voce di mio padre chiamarmi dal salotto: è il cambiamento più grande, il più doloroso.

Il cortile ora è vuoto, silenzioso. Noi bambini siamo cresciuti e nessuno abita più lì. 

Le biciclette non riposano più contro il muro, l’altalena arrugginita cigola soltanto quando il vento la scuote. 

Negli ultimi anni non ho mai visto altri bambini giocare, né ho sentito l’eco delle loro voci. L’albero è cresciuto, le radici hanno spaccato l’asfalto e i rami hanno invaso lo spazio, nascondendo i pilastri che un tempo erano la nostra porta da calcio. 

I cespugli di rose sono secchi, spogli anche in primavera: la natura sembra invecchiata insieme a noi.

La luce è diversa, o forse è la mia percezione a esserlo. 

Ora la finestra della cucina riflette più la nostalgia che la realtà. Elena (@lamentecarta) C'è una casa a me molto vicina, ma che ormai non frequento più perché, col passare del tempo, la mia presenza l’ho percepita sempre più scomoda. Le stanze erano delicate, tanto che mi era vietato saltarci su; una, in particolare, che intuisco ancora in vita, aveva le pareti dai contorni molto privati, illuminate da un’unica finestra affacciata a nord. Ricordo del colore rosso, forse appartenuto al telaio, e ricordo che vi passavano molti spifferi. La casa ero solita frequentarla tutto l’anno e, per molti anni, tutti i giorni, ma di quella finestra non ho ricordi, se non legati al periodo estivo e al fatto che, in un preciso momento della giornata, prendeva vita.


Quando i raggi del sole si allungano per far spazio alla sera, verso le sei del pomeriggio, vedevo le foglie della siepe colorarsi d'oro e immaginavo storie di fate, gnomi e animaletti vivere tra quei rami, come nei racconti di Tony Wolf. Io ero intenta a preparare qualche intruglio “magico”, in compagnia, mentre proiettavo fuori quelle storie e quella leggerezza infantile tipica di chi deve inventarsi qualcosa da fare. La finestra si affacciava su un paesaggio al quale io, pur abitando accanto, non avevo accesso; così era motivo d’invidia, in quanto appariva come un portale magico per vivermi le più belle fiabe.


Oggi il paesaggio sul retro si è, ovviamente, spogliato: i proprietari invecchiano e non riescono più a prendersene cura come prima. Così, da un’altra finestra che prima non esisteva, riesco a vedere quel verde che immagino tinto d’oro.  Igor (@gribyslab)  Vita selvaggia

Le finestre della mia vita sono tante. Una delle mie preferite è quella dei nonni materni. Si affacciava sul retro della loro casa, di fronte al capannone dove riposavano i trattori. A seconda dei momenti diventava la parte alta di una porta da calcio se giocavamo con la pallina, il megafono da cui la nonna ci chiamava per il pranzo, l'occhio da cui vedere se lo zio Mario era arrivato così da raggiungerlo per giocare alla Pista.


La giornata della Pista. La mamma che torna dal lavoro. Il nonno che accarezza i vostri cani e si siede a pensare.

Quando eri sul letto della tua fine ti ricordavo così: io e te seduti sulla panca che avevi fatto tu, con quella manualità che io non avrò mai, mentre leggevo Steve King e parlavamo di ciclismo, di Gimondi e Merckx.


Ormai ho accesso a quella finestra solo più poche volte all'anno, la mia fame d'infanzia cerca spesso di raggiungerla nei sogni per poi scoprire che non c'è nulla dall'altra parte. Non perché non ricordi ma perché un certo tipo di magia può esistere solo da bambini, quando la fantasia non è educata ed in formato RAW.

Vita selvaggia.

𝐷𝜇𝜌𝑙𝜀𝜘 𝜌𝜎𝜀𝜏𝜄𝑐𝛼 #45

16 novembre 2025 - 30 novembre 2025

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