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© Elena Carta (@carta_elena)





La consegna


Nel film Il seme della follia (1994) di John Carpenter “Un detective si mette alla ricerca di un autore di romanzi dell'orrore e, sebbene confuso dalla vicenda che alterna eventi reali e fantastici, lo ritrova in una cittadina che non figura sulle carte geografiche.”

Vi ritrovate anche voi in una cittadina che non figura sulle carte geografiche, state morendo di fame dopo un viaggio durato 8 ore di macchina senza pausa.

Trovate un’area di sosta con un fast food vegano che però inneggia al cannibalismo.

Vi fidate e entrate per cenare.

Cosa accade?




Jolanda (@jukeboxscienza) "Perché Google Maps fa così schifo?"

È una domanda che mi pongo spesso, ma non per questo meno irritante. A volte mi indica una direzione errata; a volte mostra il mio cursore su una strada diversa.

Oggi ha smesso di funzionare a casaccio: a suo dire, mi trovo in mezzo al nulla, eppure case e negozi scorrono intorno alla mia Pandina.

Dopo otto ore di viaggio ininterrotte, questo è troppo. Fa troppo caldo, ho troppa fame e sono troppo irritata per lasciar correre. Così mi fermo, approfittando di un piccolo parcheggio sulla destra, ed esco dalla navigazione.

Sospiro. Sono nei pressi di Milano: prima o poi troverò una cittadina che mi aiuti a orientarmi senza questo aggeggio strafottente.

Noto che il posteggio è accanto a un locale: "The cannibar (tranquilli, siamo vegani!)". Spinta dal mio desiderio di qualsiasi tipo di cibo, decido di entrare, a costo di essere mangiata io stessa.

A parte due avventori seduti in fondo, sulla sinistra del bancone, il posto sembra deserto, nonostante le sue particolarità: alle pareti verde chiaro sono appese bellissime foto di vegetali e sulla destra campeggia la scritta, dipinta a mano: "Non riesco a sopportare quelli che non prendono seriamente il cibo. – Oscar Wilde".

Non vedendo personale, inizio a sedermi a uno dei tavolini di legno grezzo vicino a me. Cerco un menù, ma non vedo nulla: intorno a me c'è solo una manciata di tavolini tutti uguali e, alla destra del bancone con cassa e drink, due porte, "Cucina" e "Toilette". Per fortuna, non devo aspettare molto: dalla cucina emerge una cameriera, spingendo la porta scorrevole con la schiena. Intuisco che sta portando un vassoio con dei piatti per gli altri clienti. Così, mentre si dirige verso di loro, mi guardo intorno alla ricerca di una presa: potrebbe essermi utile ricaricare il telefono qui. Ma la ragazza mi si avvicina e il mio sguardo vagabondo intercetta i suoi jeans: "Buongiorno, vuole mangiare?"

Mentre alzo lo sguardo, esclamo: "Assolutamente sì! Cosa...?". Ma le parole mi muoiono in gola, nel vedere il suo volto.

A fissarmi sono due castagne, tra le fessure dei propri ricci che si aprono e chiudono come palpebre. A sormontarle, dei rametti di lavanda e un cavolfiore che funge da "fronte". Il "naso" è una pera, le "guance" vere e proprie pesche. Il tutto è incorniciato da foglie di radicchio, melanzane e susine.

"Cosa abbiamo da mangiare, dice? Possiamo farle panini con verdure e seitan o tofu, una carbonara vegana, le lasagne vegane, una ratatouille, la bruschetta...". Le labbra di lampone continuano a muoversi senza che io le senta.

"L-lasagne" balbetto. "E acqua gassata."

"Bene" mi risponde. "Mi chieda pure in caso volesse altro."

La fisso senza aggiungere nulla, e va in cucina.

Che cazzo sta succedendo? Cosa ho visto? Ho le allucinazioni?

Forse dovrei solo dormire. D'altronde, non credo di avere più fame: sento solo la voglia di chiudere gli occhi e svegliarmi nel mio letto. Provo a farlo.

Il nero è rassicurante.

Prendo un lungo respiro e penso che andrà tutto bene.

In quel momento, sento la porta della cucina scricchiolare. Apro gli occhi e vedo un individuo dal grembiule sporco di verde che mi si avvicina. "Sei vegana?" mi domanda, in tono quasi aggressivo, le sopracciglia inarcate di grano e gli occhi di mirtillo.

"C-certo che lo sono" rispondo, sospettando che sia la risposta giusta.

L'"uomo" mi fissa con gli "occhi" socchiusi tra i baccelli di piselli e urla: "Bugiarda!".

Ho paura, ma mi sento molto stupida. Cosa potrebbe farmi un essere composto da vegetali?

Mi balena l'idea di andarmene, e fanculo il cibo (non credevo che avrei mai pensato qualcosa del genere), ma arriva la cameriera con il mio piatto.

Mentre mi mette davanti quella che sembra una lasagna autentica, si volta verso il seccatore: "Dai, Ben, lasciala stare". Poi scopre i denti di spicchi d'aglio e aggiunge: "Vedrai che si convertirà..."

Non ho intenzione di stare qui un minuto di più. "Scusate, non mi sento molto bene, devo andare. Quanto vi devo?"

I due si voltano verso di me e, all'unisono, mi intimano: "Non puoi andartene".

La mia pazienza è finita, e urlo: "Provate a fermarmi, allora!" Mi alzo, ma i due mi bloccano per le braccia, lui a sinistra e lei a destra, e il "ragazzo" mi sussurra all'orecchio: "Se vuoi andartene viva, devi diventare una vera vegana".

Non so se ridere o piangere. "Lasciatemi andare o chiamo la polizia!". Una frase a caso, perché se non mi lasciano non posso chiamare nessuno, ma la parola "polizia" può avere un suo effetto.

"Non credo che potrai chiamare nessuno" mi risponde la ragazza, mollando la presa. Ne approfitto per afferrare il telefono, ma in quel momento mi accorgo che le mie dita sono diventate carote.

"Se giurerai di essere vegana e non toccherai mai più prodotti di origine animale, non ti succederà nulla" mi bisbiglia lui. "Se, invece, dovessi ricascare nel vizietto... Be', sappi che il nome di questo locale non è un caso." Dopodiché, guarda la "lasagna", e capisco.

Il mio cuore, se ancora ne ho uno, sprofonda.




Igor (@gribyslab)


Lo stomaco stava brontolando da parecchi chilometri, non mangiavo qualcosa da circa 8 ore (a parte un Mars divorato poco dopo la partenza). Si stava facendo buio e per le 23 era prevista pioggia, avrei voluto già fermarmi a un Autogrill in precedenza ma avevo deciso di proseguire per cercare di arrivare il più vicino alla mia meta.

Ero partito da Barcellona per andare a Roma, lì avrei dovuto incontrare alcuni clienti per la mia azienda di intimo e calze. In un universo parallelo avrei preso di sicuro un comodo aereo privato, ma in questo universo di merda il maltempo aveva fatto saltare tutte le partenze.

Avevo optato così per la scelta folle di un viaggio di 13 ore solo per mantenere l'accordo con i clienti.

Lo stomaco si fece di nuovo sentire. "Giuro che ora il primo cazzo di autogrill che trovo mi ci fiondo dentro". Sentivo che sarei stato capace di lasciare qualche centinaio di euro per quanta fame m'era salita. Waze, l'app che utilizzavo come navigatore, mi segnalava che sarei arrivato a Roma per le 5 del mattino. Il meeting era previsto per le 11, avrei avuto modo di riposarmi almeno un paio d'ore.

Percorsi ancora una trentina di chilometri poi finalmente, in qualche posto nei dintorni di Torino, un cartello mi avvertì che di lì a poco avrei trovato un diner.

Fino a quel momento avevo ascoltato la playlist delle Top 50 Globali, non ne potevo più di quella musica. Tenendo un occhio sulla strada scorsi un po' le playlist che mi ero salvato sul cellulare.

Ne trovai una che avevo composto da adolescente, circa quindici anni fa.

Save me l'avevo chiamata.

Premetti play a caso e la prima canzone che partì fu di Bruce Springsteen & The E Street Band con Out In the Street.

Magica.

A metà canzone si presentò sulla mia destra la svolta per l'Innsmouth Diner - Vegannibali al tuo servizio! (come mai non avevo mai sentito il nome di questa catena di Autorgrill in precedenza? Un sottotitolo simile non si scorda con facilità), misi la freccia e entrai nella corsia di decelerazione. La strada perfettamente asfaltata venne sostituita d'improvviso dalla ghiaia. Pareva uno di quei parcheggi dei ristoranti in cui si va a mangiare per un matrimonio. Era abbastanza fuori contesto quella geografia rispetto all'autostrada che avevo alle spalle.

Per Waze mi stavo dirigendo nel nulla più assoluto, la freccia azzurra che mi rappresentava stava viaggiando in un terreno spoglio, nel vuoto.

Go Your Own Way, Fleetwood Mac.

"Beh, per fortuna che le mappe dovrebbero essere aggiornate quotidianamente..."

Parcheggiai di fianco all'ingresso, l'insegna lampeggiava tenendo uno strano ritmo, i led probabilmente erano da cambiare. Oltre a me erano parcheggiate solo altre due auto, una Toyota Yaris grigio topo e un pickup Chevrolet C-10 nero-verde direttamente dagli anni '60.

Scesi dall'auto e entrai nel locale, la porta a spinta mi diede l'impressione di entrare in un saloon dei film western. L'aria era impregnata d'alcol, gli interni dell'edificio erano di uno scuro legno. Sembrava un'atmosfera da bettola americana come nei film degli anni '80.

In sottofondo, leggero, riuscivo a sentire un pezzo dei Dire Straits, credo Romeo And Juliet.

Due uomini ben piantati erano seduti al bancone, probabilmente i proprietari delle due automobili parcheggiate fuori. Decisi di sedermi in un tavolino a centro sala, ebbi il tempo di posare la mia stanca schiena sulla sedia che di fianco a me si presentò una ragazza altissima, con i capelli color biondo cenere e parecchio formosa. Vestiva degli shorts di jeans e una maglietta con il logo del diner legata sotto il seno, per lasciare il ventre scoperto.

«Cosa ti posso portare piccolo? Abbiamo tutto quello che trovi sul menù.»

«Beh, buonasera anche a lei. Cosa mi consiglia?»

«I nostri hamburger umani sono uno schianto di sapore, roba che non trovi da altre parti.»

«Magari in qualche tribù indigena del Sudamerica, ahaha!»

La cameriera non prese bene la battuta.

Mi guardai attorno e poi decisi: «Va benissimo un vegan human-burger, il panino per carnivori, a quanto leggo. Più una Miller bionda piccola, Grazie.»

La cameriera appuntò sul taccuino l'ordine, dopo poco tornò con del caffè caldo che mi versò nella tazza.

«Che le piaccia o no, è compreso nella consumazione.»

«Grazie, il caffè mi piace. Mi può spiegare il nome del locale, è molto simpatico, com'è che non è celebre sui social?»

La ragazza mi diede un'occhiataccia.

«È molto semplice, giochiamo con i carnivori e con le parole dei fast food ordinari. Ma non siamo sul web, non ne abbiamo bisogno, abbiamo un lungo elenco di clienti affezionati che ci passano a trovare quotidianamente.»

Fece spallucce e sparì in cucina e nel giro di un paio di secondi tornò con l'hamburger.

Uno dei due uomini al bancone si spostò leggermente di lato per rilasciare una sonora scorreggia, poi si girò nella mia direzione e disse:

«Eterni giovani, che viaggiano in notti di fiamme californiane, sapori al sangue, realtà violente, concedimi il tuo ventre, prima di ripartire.»

Concluse quella che si poteva definire una sorta di poesia con una risata grassa e catarrosa dopodiché come un bot assunse la stessa posizione che aveva quando ero entrato nel locale.

Evitai di porre altre domande o di mostrami sorpreso. Mi sarei mangiato il panino, avrei pagato salutando con un caloroso sorriso e poi me ne sarei andato per la mia strada.

La cameriera posò il piatto con il panino di fronte a me, era invitante perché odorava come un hamburger di carne.

«Pazzesco come siano riusciti a ricreare l'odore di un vero hamburger.»

Altra occhiata della ragazza. Posò anche la Miller sul tavolo.

«Buon appetito...» e poi sussurrando «...carne da macello.»

Feci finta di non sentire, intendendo l'ultima frase come un insulto velato.

Divorai il panino in pochi minuti, finii la birra e mi diressi alla cassa.

Qualcuno entrò nel locale, intanto che tiravo fuori dal portafoglio la tessera per pagare diedi una rapida occhiata alla figura che sostava sulla porta. Era un uomo gigantesco che indossava una tunica marrone. Fece cadere il cappuccio, era completamente calvo, sembrava Marlon Brando in Apocalypse Now.

Effettuato il pagamento salutai la cameriera e passai di fianco a questa figura immensa.

Odorava di un misto di note olfattive provenienti dalla mia infanzia. E poi c'era qualcosa. Un odore fetido, di marcio in cantina. Una piccola nota pungente.

Salutai anche lui con un cenno del capo trattenendo il respiro. Lui mi afferrò per un braccio.

Buffalo Springfield con For What It's Worth.

«Spero ti sia piaciuto il piccolo Riccardo. Urusula però ha scordato di offrirti il dolce.»

Aveva una voce profonda, come se le sue corde vocali provenissero dagli abissi.

Un brivido mi percorse per tutta la schiena.

«Prego, offre la casa.»

La montagna umana stringeva qualcosa nella mano sinistra, mi fece segno con la testa di aprire la mia, di mano.

E così feci, e ciò che mi ritrovai poggiato sopra fu un piccolo occhio umano.

L'iride era azzurra.

Potevo ancora vederci i sogni di un bambino correre all'interno.




Giacomo (@giacomo.pirovano)


La solitudine della carne


«Bimba, sono le 20:23 del 28 di agosto e mi sono perso per le piatte campagne del provincia orientale.

Otto ore a gironzolare tra grange e paludi disciplinate, come cantano i Candiah nel Limitare delle risaie. Sono dovuto scappare dall’occidente ancora una volta, non ne potevo più delle tue maledettissime colline. Per tutto il viaggio la pioggia incessante non ha smesso di offendere la terra. Insieme a folate e saette, è cresciuta d’intensità a tal punto da trasformare in torrenti gli sterrati che correvano in mezzo ai campi. Tuttavia non avevo più paura di niente, proprio come quella volta che ci siamo riparati sotto gli scatoloni di cartone per le vie della tua città. Non avevo paura di nulla quella volta, come ricorderai. Non temevo l’acqua, nemmeno i tuoni e i fulmini sopra le nostre teste.

Il capoluogo della provincia era deserto quando finalmente lo raggiunsi nella notte, c’era solo un’insegna illuminata lungo tutto il decumano occidentale. Il resto della strada, immobile, subiva le sferzate d’acqua. Qualche lampione acceso definiva appena la profondità del quartiere di periferia. Sono entrato in quell’anonimo locale senza alcuna speranza di trovare una grande accoglienza: ero esausto, stanco e affamato. C’erano queste enormi vetrate da tavola calda americana, da fast-food anni cinquanta, che circondavano tutto il salone. Fuori dalle finestre che aprivano uno sguardo sul retro del diner tutto era buio, un nero greve. Nel locale c’erano solo un paio di lampadari accesi, luci calde e antiquate. Non c’era nessuno bimba, nemmeno al bancone. Una decina di uova in un piccolo cesto di vimini, manciate di patatine secche in ciotole colorate, varie leccornie da aperitivo, una salsina di un rosso sgradevole. Sui tavoli bottiglie vuote di Menabrea, carte sparpagliate, volantini, giornali, mozziconi. Nessuna traccia di carne in quel locale: sembrava un bizzarro bar sport anni ottanta ma vegetariano. Forse l’unica carne ammessa lì dentro era quella umana? Forse si celebrava il cannibalismo da quelle parti. Poi è successo. Non ho avuto paura nemmeno stavolta, non mi è sembrata una catastrofe o una sfida, un fatto da temere o da combattere. Mi ero affacciato a quelle vetrate che davano sul retro del locale, come in attesa di qualcosa. Cominciai ad abituare la vista a quel buio pesto.

Erano soldati. Erano tutti morti sul fronte orientale, lo si capiva dalle divise sgualcite. Probabilmente li avevano seppelliti di fretta, riportandoli in massa nelle retrovie, magari caricando le salme sui vagoni merce o su una tradotta di ritorno. Forse la stazione non era distante da lì, non conoscevo abbastanza la città. Poi, col passare dei decenni, il catrame e il cemento in crescita avevano fagocitato pure quella dimenticata fossa comune. Li vedevo uscire fuori dalla terra che li custodiva: spaccavano l’asfalto, si facevano un varco e sbucavano nell’aria buia e devastata dalla pioggia. Non sto a descriverti in che stato erano quei guerrieri morti che si ergevano dal loro tumulo. Tuttavia di quel pietoso orrore non avevo alcun timore; uscivano in tanti, erano decine e decine. Poi si sono schierati: un intero plotone pronto a conquistare il mondo sotto il vessillo del terrore e della morte, in attesa solo di un ultimo ordine da qualche superiore. Erano pronti, fucile in spalla, petto in fuori e testa alta, disfatti. Invece cominciarono ad abbracciarsi l’un l’altro, tutti quanti. Sotto la pioggia notturna della città si stringevano immobili. Ecco tutto quello che fecero. La solitudine li attanagliava, erano uomini abbandonati lì sotto, ognuno nel suo angolino di terra. Erano uomini soli.»

Efed (@the_efed)


Il pesante portone aveva bisogno di manutenzione. Non sembrava essere più stato aperto da anni eppure quel locale sembrava in attività.

Che razza di posto è questo?

Presi il mio Windows Phone nuovo di zecca e cercai invano di localizzarmi su Bing senza riuscirci… in effetti sembrava non esserci alcun segnale nella zona.

Però avevo una fame fottuta e dovevo anche pisciare.

Quindi con tutta la forza che avevo spinsi il portone in avanti riuscendo finalmente ad aprirlo, Il cigolio delle cerniere mi pizzicò l’udito fino a farmi accapponare la pelle.

Al di la del portone trovai una situazione inaspettata

La stanza era spaventosamente azzurra e spoglia. Alcune persone stavano dormendo sdraiate a terra su vecchi materassi strappati e ingialliti. Al centro della stanza si ergeva una statua gigante di un’iguana di legno circondata da mucchi di verdura e frutta disposti secondo un ordine casuale ma armonioso.

Improvvisamente accorgendosi della mia presenza alcuni dei presenti si svegliarono e uno di loro, un vecchio con quattro capelli rossicci in testa e due grandi baffoni neri ben pettinati, vedendomi totalmente spaesato mi chiese: “aah, gentile signore che va cercando? possiamo essere di aiuto in qualche modo?”

Io ricomponendomi d’improvviso risposi: “Buonasera, avrei bisogno di un bagno e vorrei cenare se siete aperti!”

Il vecchio sempre restando coricato ma alzando leggermente la testa rispose:

“Certamente giovanotto! accomodatevi, il bagno è la dietro! lo usi senza timore…. e se poi ha fame come vede ce ogni ben di dio qua sotto alla statua”

Ringraziai e dopo aver individuato il bagno ci entrai. La porta era molto più scorrevole e nuova di quella di ingresso. Si aprì come nulla, ma invece di trovare un bagno al suo interno, mi ritrovai nel piazzale: “che simpatici questi tizi! Quindi questo per loro sarebbe il bagno!”

Mentre mi rassegnavo a pisciare contro il muro sul retro di quello strano locale mi resi conto con stupore che c’era una macchina identica alla mia parcheggiata li dietro.

Mi avvicinai ma notai che la guida era all’inglese la macchina sembrava la mia specchiata. “guarda te le coincidenze!” Ma con orrore notai un giornale sul cruscotto: era lo stesso Sole 24 ore che avevo sul cruscotto della mia auto ma con le scritte completamente specchiate…. “questa è pura follia! Forse la fame mi sta dando alla testa!”

Convinto di questa ipotesi decisi di rientrare per mettere finalmente qualcosa sotto i denti.




Zamu (@mister.zamu)


Mi chiamo Samuel, era luglio 2016 ed avevo appena finito le superiori. Quella sera sarei partito per fare un WOOF in Germania a Bite-Menschen, un nome insolito, ma era uno dei gioielli della Baviera, secondo l’offerta di lavoro che avevo accettato.

La Germania era sempre stato il mio sogno. Un paese rigoroso, ligio e ordinato. Un ordine e una perfezione che avevo sempre desiderato in un contesto italiano che mi aveva sempre di più deluso. Pensavo che l’Italia fosse un essere umano bellissimo, ma che aveva bisogno di una terapia intensiva. I comportamenti mafiosi erano sempre all’ordine del giorno. La diorganizzazione e la sporcizia imperavano sempre ovunque. Come una sensazione continua di vomito e nausea. Era ora di partire per una nuova avventura.

Presi un Flixbus sgangherato, attraversammo la Svizzera intera, finchè non arrivò il momento di spegnere tutte le luci sul pullman e di dormire. Dopo otto ore di viaggio, la mia schiena era dolorante e i miei occhi stanchi desideravano solo riposo. Il pullman si fermò in una piccola cittadina, ma stranamente il nome non era segnato sulla cartina che avevo in mano. Era come se il luogo fosse fuori dal tempo e dallo spazio, un'enclave segreta.

Mi voltai e il Pullman era sparito come se fosse stato un incantesimo di un film d’Harry Potter...

Ad ogni modo cercai un posto dove mangiare.

Fortunatamente, nel cuore di questa strana cittadina, notai un'insegna luminosa che recitava: "Bite-Menschen - Il Vegano Cannibale". Il giorno seguente sarei andato alla fattoria che era fuori dal paese.

Mi accolse un uomo dall'aspetto inquietante e con un sorriso stranamente cordiale si avvicinò al bancone. Indossava un grembiule sporco e portava un cappello insolitamente grande sulla testa.

"Benvenuto a Bite-Menschen", disse con una voce rassicurante. "Posso prendere il tuo ordine?"

L'uomo mi portò il menù. Ero riluttante a leggere le voci del menù, ma, sorprendentemente, c'erano diverse opzioni che sembravano deliziose. Optai per un "Burger Umano", credendo che fosse solo un nome eccentrico e che non contenesse effettivamente carne umana.

Iniziai a notare che all’interno del ristorante non c’erano persone, l’ambiente era quasi magico e tenebroso allo stesso tempo, come se fosse immerso in un’atmosfera a se stante. Frasi sul senso della vita e religiose svettavano sui vari muri, ma non ci diedi troppa importanza.

Il cameriere mi portò il panino, era molto strano, aveva un sapore che non avevo mai sentito. Dopo averlo finito, iniziai a sentirmi pesante, percepivo un giramento costante alla testa. Il mio corpo era come indolenzito, non riuscivo più a muoverlo. Sentii il cameriere avvicinarsi e dirmi queste parole, la sua voce era come quella di un prete, acuta e scandita “Spero questa esperienza ti sia piaciuta, il mondo è come un ciclo costante, do ut des, uno scambio tra le anime che passano qui e hanno inconsciamente la decidono di far parte di questo flusso…..” Poi tutto nero. —----------------------------------------------------------

Mi chiamo Lorenzo ed era agosto 2016...


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Mi chiamo Federica ed era settembre 2016...



𝐷𝜇𝜌𝑙𝜀𝜘 𝜌𝜎𝜀𝜏𝜄𝑐𝛼

24 luglio 2023 - 31 agosto 2023



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