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𝕃𝕪𝕣𝕚𝕔𝕤


© Hotpot Ai







La consegna

Scrivi un testo (può essere un racconto, una poesia, una canzone, un dialogo o una breve sceneggiatura) ispirandoti a un brano.

L'ispirazione può avvalersi sia del testo della canzone che della melodia e delle immagini che la musica vi porta alla mente.




Carola (@carola_boscolo)


SEMBRAVA WOODSTOCK


(Liberamente ispirato al brano Sembra Woodstock di Luigi Strangis)



Te lo ripetevo e non mi credevi. Viaggiavo da tutta la vita e visitavo paesi remoti. Tu ridevi e dicevi: “Sei un ragazzino, quanto mai può essere lunga una vita in viaggio?”

Sorridevo e non riuscivo a raccontarti la verità. Il mio viso parlava di gioventù ma i miei occhi, se li guardavi bene, raccontavano di un'infinità di rotazioni terrestri.

“Ti va di scoprirlo?” chiesi un giorno, allungandoti la mano.

Eri seduta sulle scale di una cabina telefonica e i tuoi occhi erano cerchiati dello stesso blu del suo rivestimento.

“Vuoi mostrarmi il tuo atto di nascita?” mi sbeffeggiasti, ridendo con la testa gettata all'indietro.

Ma poi ti vidi in piedi e, cosa ancora più miracolosa, avevi ricambiato la stretta. Non riuscivo a parlare. Indicai alle tue spalle e ti condussi nel mio mondo.

I cerchi cerulei si allargarono e mostrarono la tua vera essenza. Da quell'istante capii che eravamo fatti per bruciare.

Bramavi la vita. Il presente. Il passato. Il futuro. E io potevo farteli visitare tutti.

“Due biglietti per non ritornare” esclamasti, facendomi capire che da quel momento in poi, mi avresti seguito ovunque.

Volevi bere, assaporare gli istanti, i pianeti e tutte le ore di un giorno senza mai chiudere gli occhi.

Ti portai su un prato immenso, in una piccola città rurale nello Stato di New York. Era estate, faceva caldo e l'umidità si appiccicava tra la pelle, i capelli e i vestiti. Pioveva, ma noi eravamo più caldi delle stelle superate per giungere fin lì.

Il verde del campo non si vedeva. Al suo posto brulicava l'umanità nel suo splendore, ricca di speranze, promesse e rivalse.

Qualcuno si amava, tanti cantavano e ognuno di loro muoveva il corpo al ritmo del rock.

Volevi sentire la musica e io ti avevo portato nella musica.

Janis Joplin intonò To Love Somebody e una ragazza con i capelli rossi ti fece indossare una coroncina in pelle attorno alla fronte.

“È per la pace” spiegò allegra.

Girò attorno a me e mi legò nello stesso identico posto una bandana multicolore, non senza qualche difficoltà. “Sei troppo alto, tu, spilungone!” mi rimproverò, benevola. Poi ci guardò, appaiati, e completò l'opera con collane di margherite intrecciate e ciondoli con il simbolo della pace.

“Questo è per l'amore” disse, esaltata, mostrandoci ciò che ci circondava. “Coraggio! Baciatevi! Potete anche fare l’amore. Qui nessuno vi giudica.”

Ci limitammo a ballare, solo per soddisfarla, poi bevemmo limonata dallo stesso bicchiere. Per noi, era l'equivalente di un bacio.

Restammo davvero svegli ventiquattro ore: la musica s'insinuava nell'aria afosa con un'intensità mai percepita prima. Il tuo spirito si contorse attraverso le note dei grandi interpreti che, quel giorno, quel 16 agosto 1969, grandi e famosi ancora non lo erano.

Il tuo vestito di fiori, la notte del giorno dopo, divenne solo un ricordo. Avevamo dato retta alla donna rossa soltanto poche ore dopo. Non riuscivamo a pensare, a parlare. Urlammo, cantammo e ci baciammo. In mezzo al fango. Sulla musica e i cori di libertà.

“Non torniamo più a casa” hai detto, inchiodandomi sotto la pioggia. Il trucco era sciolto e il tuo corpo in movimento mi mostrava l'accesso a una via senza regole.

Jimi Hendrix contorceva le corde della sua Stratocaster e noi eravamo ammaliati da una promessa di vita che sapevamo non ci sarebbe mai stata. Tu saresti invecchiata, io no.

“Scapperemo via” promisi, ebbro di rock e di te.

Saremmo andati a vivere in un motel di Proxima Centauri, avremmo trascorso una vita intera in quel weekend astrale, ricordandoci per sempre di quei tre giorni di concerto.

“Ma per adesso rimani” supplicai, sottovoce. “Rimani.”

La nostra nuova amica ci scattò una fotografia e poi ce la regalò. “Certi eventi vanno immortalati” disse, emozionata.


Ancora oggi la porto dentro al taschino della giacca e ogni volta che devo prendere il cacciavite la sfioro. Ti cerco sempre in quello scatto, senza di te non c'è più gusto.

Lo sapevi, lo sai: con te ogni giorno sembrava Woodstock.



Greta (@gretaabrunoo)




Eravamo fiori,

appassiti,

ma lo eravamo.

Ora siamo soltanto

polvere.

La tua, continua

ad entrarmi negli occhi.

Così non vedo più,

niente oltre che te.

I ricordi iniziano,

finiscono, per affievolirsi.

Non puoi più

entrarmi nel cuore,

brillare negli occhi,

sparire nel vento.

Vorrei ma non puoi.



Igor (@gribyslab)




Ho cercato di farmi spazio in questo mondo.

A volte con gentilezza, a volte con gomitate. Ma come tutti d'altronde.


Qual è il prezzo del successo?

Che poi cos'è il successo?

La vita si potrebbe definire come uno sconfiggere tutto ciò che sta in mezzo i coglioni.

Non importa se queste "cose" sono umani con dei pensieri o pesci senza sentimenti. Vedo colare invidia da tutte le pareti del mondo. Una voce in falsetto mi canta una canzone.

Come se mi stesse accompagnando nel viaggio notturno del ritorno.

Come fai a riflettere quando sei stanco?

Come fai a sognare se i tuoi sogni stati rapiti dalla realtà?

Il mio tetto è un blocco di cemento sopra cui transitano pezzi di ferro con le ruote di gomma.

Per alcuni, questi pezzi di ferro li conducono a sconfiggere ciò che a loro sta in mezzo ai coglioni.

Per altri sono un passaggio per un compito monotono e che li impegnerà per gran parte della loro esistenza. Come se fosse una punizione infernale.


Sorseggio una tazza di thè, mi è stata offerta dalla "Messa del Povero" perché siamo sotto Natale.

La vera festa degli zombie, a me piace chiamarla così. Si celebra la perfida capacità di questa società di costruire la Solitudine.


Solista,

Mono.

Monologo interiore.

Una sola voce ti racconta questa storia.


Lo senti il primo MI?

E il DO?


Un crescendo di collera.

L'oscurità cala e si dirama sotto il ponte.

Puoi essere forte quanto vuoi.

Il cemento sarà freddo uguale.

L'invidia ora ha i colori dell'arcobaleno, sta colando dalle pareti e dal tetto di cemento.

Mi chiedo spesso quali fandonie la gente si racconti per convincersi di essere dalla parte del giusto.

Una copia sgualcita del Лапидариум di Георги Господинов mi sconnette dalla realtà.

Mi illudo di aver ereditato un milione di euro.

C'è comunque qualcosa che mi rompe le palle.

Ora, vorrei lasciare qua un pezzo del mio cranio.




Giacomo (@giacomo.pirovano)



17 LUGLIO


HARVEST - OPETH


Stay with me awhile

Rise above the vile

Name my final rest

Poured into my chest


Into the orchard I walk Peering way past the gate Wilted scenes for us Who couldn’t wait Drained by the coldest caress, Stalking shadows ahead Halo of death, All I see is departure Mourner’s lament, But it’s me who’s the martyr


Pledge yourself to me Never leave me be Sweat breaks on my brow Given time ends now


Spirit painted sin Embers neath my skin Veiled in pale embrace Reached and touched my face



RACCOLTO[1]


Resta un po’ con me, ascendi oltre l’orrido, dai un nome al mio ultimo riposo diffuso nel mio petto.


Cammino nel frutteto scrutando la via oltre il cancello: scene avvizzite per noi che non potremmo aspettare. Svuotato dalla più fredda carezza, ombre perseguitanti innanzi, aura di morte. Tutto ciò che vedo è la dipartita, il lamento dei luttuosi, ma sono io il martire.


Prometti te stessa a me, non lasciarmi mai essere, il sudore si ferma sulle mie ciglia, il tempo a disposizione finisce adesso.


Spirito dipinto dal peccato, le braci sotto la mia pelle velata in un pallido abbraccio, ha raggiunto e toccato il mio viso.


Non era il 17 luglio, era il 29 messidoro, un mese aggressivo, libertario e senza dio. Il calore insostenibile di quei giorni faceva capire a tutti gli abitanti dell’emisfero boreale che di questo passo non sarebbe stato possibile sopravvivere ancora per molto.


Verrà un’estate in cui resteranno solo i raccolti, cresceranno rigogliosi nelle campagne deserte. Qualche sparuto sapiens striscerà ancora, corroso dagli stenti, in cerca di un rivolo d’acqua sporca. Più nessuno mieterà le spighe, appassiranno e marciranno. Poi, una coppia disperata, gli Adamo ed Eva ‘omega’, roventi come se avessero braci sotto la pelle, nell’apparente fresco della notte, avranno ancora quel poco fiato per dirsi «resta un po’ con me».


Osservavi le messi d’oro che erano tutta la fertilità di natura, indifferente di fronte al cataclisma termico di quella notte. Le vedevi scorrere dal tuo veicolo aperto ai lati e in movimento, come neri manti che seguivano le curve della terra, lungo i fianchi della strada dai lievi tornanti che saliva piano e ti portava a nord, verso i rilievi ai piedi di quelle immense montagne di oscurità, appena addobbate di grumi di luci sparse.


Nel cuore abbandonato della sua minuta città, la troppo bella, vanitosa e perversa ai piedi della valle, tu l’attendevi come una guardia, una sentinella. Forzavi il petto e la mancante posa statuaria all’imbocco di quella traversa della via del centro, un ibrido tra un budello e una galleria che, dai gradini ampi, sprofondava nelle viscere dei palazzi storici. Vi siete incontrati a metà di quell’andito pendente. Lei riemergeva felice e sudata dalle profondità urbane, per sempre a te interdette, con quell’abito formale, così distante dal suo essere. Ricorderai il primo pallido abbraccio di quella sera: «Mi hanno presa.»


L’amplesso era estenuante e ancestrale. Il sudore colava lungo gli avvallamenti delle vostri corpi, il calore vi obbligava a tenere aperte le portiere per ottenere un poco della frescura della boscaglia. In quella notte infernale l’intera fauna versificava nel selvaggio frutteto di Santo Stefano: cicale, primati, cinghiali.

Poi si accese una sigaretta. Il fumo contornava le sue spalle e la sua schiena, bianca come una lama lucente, che nel buio spezzava la continuità oscura tra i suoi capelli e tutto il contorno dell’abitacolo. Sbuffò fuori dalla bocca, infastidita. «Cosa c’è?» le chiedevi. «Cosa vuoi da me? Perché stai facendo tutto questo?» rispose. Tu cosa pensavi? Forse all’ingenuità del per tenerti stretta?.


Già quei semplici accordi su dodici ottavi, antichi come la musica dei primi uomini[2], prendevano il posto dei versi delle bestie nel frutteto boscoso della collina di Santo Stefano. Quel malinconico valzer estivo era alle prime battute e lei si era già rimessa il vestitino rosso floreale sul sedile anteriore. Uscivi e aprivi la sua portiera, le porgevi la mano. Non capiva, tu, stereotipicamente: «Vuoi ballare?»


Sei minuti e un secondo, il tempo a disposizione per esprimere tutto. I primati, in silenzio, ondeggiavano piano sul prato selvatico di quel frutteto notturno, appena violato dalla brezza, dalle luci delle stelle e dal bagliore della torre, guardia e sentinella del lago e di storie remote e passate.


Il tempo a disposizione era finito e «grazie,» dicevi. «Sono undici anni che aspettavo di farlo.»




[1] Traduzione (parzialmente rivisitata) tratta dal sito Canzoni Metal: https://canzonimetal.altervista.org/harvest-traduzione-opeth/ [2] Harvest – Opeth



Silvia (@rougewine)


Il vuoto che resta


La vita scivola via con la stessa rapidità con cui una goccia accarezza il bicchiere.

Non esistono perché.

Eppure, usiamo tutte le nostre forze per trovarne uno.

Vogliamo convincerci che una ragione esista.

Seppure oscura, vogliamo credere che ci sia.

In qualsiasi forma appaia il dolore è una bestia che vive in noi.

Si nutre delle nostre lacrime.

Si porta via tutto, anche il tempo.

Lo stesso tempo che aspetti con ansia che venga a strapparti le ferite che hai cercato di farti cucire dal mondo che ti resta.

Quando le persone scivolano via dalle nostre vite lasciano un buco.

Nessuno è in grado di riempirlo.

Quel dolore si porta via un pezzo di noi che non tornerà mai più lì dov’era e non possiamo riempire lo spazio ormai vuoto come se fosse un bicchiere.

In noi rimane solo l'alone.

Ma quando realizzi cosa ti rimane fra le mani, pensi che la vita sia troppo breve per bere vino in un bicchiere qualsiasi.


Ispirato dal brano dei Dream Theater – Through Her Eyes



Elena (@elena_carta98)


Resort Raphaël


Rocce rosse, sedile macchiato

Sangue mestruale, sospiro stressato.


Mare fermo, stelle filanti

voci francesi, sedili vibranti.


Offerta di sale, soggiorno di mare

soggetta al bere per non sentir parlare.


Suono sordo, vita sospesa

Eredità di un sogno, felicità in attesa.


Buia scogliera

Seduta composta

Bimba di sera

adulatrice nascosta


Corde di vene riempite d’amore,

All’ascolto dell’ode non giungeva dolore.


Muti intenti

Ancestrale miraggio

Minuti indolenti

Memorie di viaggio.




Mauro (@Mauro Rondoni)


Marooned (Mauro)



28 Aprile 2021. È mercoledì, ed è il giorno della settimana in cui normalmente vieni al lavoro. Forse oggi finalmente ci vedremo, non ho memoria di quando fu l’ultima volta, ricordo solo che sono trascorse alcune stagioni perché allora la calura pomeridiana era soffocante.

Esco di casa quando comincia a far chiaro, ma dentro di me è sempre notte e l’unico pensiero che mi fa immaginare un pallido raggio, è il fatto che oggi forse ti vedrò. Entro in macchina e mi avvio verso la solita strada che percorro ogni giorno ma giunto all’ingresso della tangenziale, mi ritrovo bloccato in coda nel traffico congestionato. Impreco, ma non so se è per la colonna di auto paralizzate o per la mia immagine riflessa dallo specchietto retrovisore. Occhi lucidi, occhi gonfi, occhi spenti e sguardo perso chissà dove. Fatico a trovare le parole per descrivere come mi vedo, fatico a trovarle perché temo di non averle più e temo… di non aver più la forza o la voglia di cercarle negli angoli nascosti della mia testa malata. Devastazione, dentro e fuori di me. Sento solo il cuore che pulsa nervoso e anziché sangue, pompa grani di sabbia che raspano le vene, ma oggi dovrei vederti e questo dolore attanagliante dovrebbe allentare un po' la presa.

Il flusso di auto paralizzate riprende lentamente il cammino. Cerco di mandare giù il groppo fermo in gola che sta crescendo e mi toglie linfa, pensando ancora una volta che forse oggi ti rivedrò. Sì, perché il disagio ha preso il sopravvento. Piango facilmente e nella mia testa emergono pensieri torbidi. Mi capita a volte, di osservare in silenzio la bocca aperta del canale Cimena, il canale della morte, le cui acque si infilano nella pancia della collina. La corrente silenziosa di quel flusso mortale mi attira a sé, ma qualcosa mi trattiene, forse sono le tue parole perché quando ci sentiamo al telefono, queste hanno l’effetto di un farmaco lenitivo che mi aiuta a resistere al richiamo sinistro. Ma ho paura, mi sento debole ogni giorno che passa. Sto perdendo le energie e mi serve un punto dove poter iniziare, tuttavia non lo trovo.

Palazzina Centrale, piano zero ufficio A69. L’openspace con 18 scrivanie oggi sono tutte libere, la pandemia obbliga a contingentare strettamente le presenze. In ogni caso non c’è nessuno, i due colleghi che avrebbero dovuto essere presenti non sono venuti, dunque sono solo. Meglio, così mi posso concentrare sull’aggiornamento del documento che più tardi dovrò presentare al Global Meeting. Sono nervoso ed avverto un ansia maldestra, non è per la presentazione, è quel groppo ancorato in gola a procurarmi il malessere. Quel bastardo se ne sta lì a pulsare, a volte batte più forte come se dovesse esplodere, ma non succede nulla. Vorrei che oggi fossi tu a venirmi a cercare, ma nel mio ufficio non entra nessuno.

Ore 10:00, lascio la mia postazione e percorro l’interminabile corridoio per venire a cercarti, non incontro nessuno, tutti gli uffici sono chiusi, le luci spente. Cammino ascoltando il rumore dei miei passi, l’eco si mescola alla sensazione di desolazione e abbandono che avverto dentro e fuori di me.

Salgo le scale del primo piano, arrivo in prossimità del tuo openspace, vedo la tua borsa poggiata sulla tua scrivania e tu sei al caffè. Mi blocco davanti alla porta vetrata ma non so perché. Così non entro e torno indietro, oggi ci sei ma vorrei fossi tu a venirmi a cercare.

Rientro in ufficio, termino il documento e alle 12:00 presento, nessuno fa domande.

Ore 13:45, passo nuovamente davanti alla tua postazione, non ti vedo, forse sei a pranzo, oggi ho bisogno che fossi tu a venirmi a cercare, ho bisogno della tua medicina, ho bisogno di una sana iniezione di parole pronunciate dalla tua voce, voglio sentirle scorrere nelle mie vene.

Scendo le scale, esco dalla palazzina e imbocco il parcheggio interno. Finalmente ti vedo, sei con Valentina. So che non posso abbracciarti, il Covid, le restrizioni… ma ti vengo incontro con quello stesso slancio. Tu mi vedi e allunghi il gomito verso di me come si usa oggi, io però vorrei abbracciarti. Ti cerco negli occhi, vorrei raccontarti, vorrei parlarti finalmente guardandoti negli occhi e non solo ascoltando la tua voce attraverso il telefono.

Sei distratta, assente, non riesco a farmi vedere, sono io, sono qui. Mi chiedi come sto, tuttavia questa volta la percepisco come una domanda di rito. Mi dite che siete appena riuscite a sganciarvi da due colleghi per un caffè in tranquillità. Sono io, sono qui davanti a te, non ci vediamo da tempo, ho voglia di raccontarti, ho voglia di parlarti, ho voglia di sentirti, ne ho bisogno, oggi più che mai. Il groppo in gola non mi dà tregua, si fa sentire, palpita come se volesse uscire. Continuo a cercarti negli occhi ma non ti trovo. Mi ripeti che state andando a prendere un caffè in tranquillità e che ci rivedremo. Capisco di essere come quei due colleghi inopportuni. Mi risveglio da quello stato di smarrimento e rientro in ufficio no, sbaglio porta, entro in un altro ufficio. Sono sconnesso, forse non eri tu prima. Ritorno alla mia postazione, pasticcio con i telefoni, non ricordo la password per riavviare il pc, sono confuso.

La tua immagine assente davanti ai miei occhi si scolla da tutte le pareti intorno a me. Ho bisogno di uscire, camminare. Sono sconnesso, mi infilo le scarpe antinfortunistiche senza pensarci. Avverto disagio, avverto dentro al torace una padella piena d’olio friggere.

Entro nei reparti produttivi di Mirafiori, è tutto spento, c’è silenzio. Le linee della 500 elettrica e di Maserati smettono di lavorare alle 14:00. Ma cammino diretto in prossimità della sala metrologica, l’olio continua a friggermi dentro, so perché sto andando lì.

Il 18 novembre dell’anno scorso ti chiamai da quell’area per la prima volta cercando un pretesto per parlare di me e non solo e sempre di lavoro. Non mi era mai successo di far conoscere il mio intimo mondo al lavoro. Parlammo a lungo, mi raccontasti di te ed io ti raccontai del mio inferno. Dopo la lunga telefonata, uscii da quel locale sorpreso di aver parlato serenamente, sorpreso d’esser stato ascoltato, sorpreso d’aver riscosso interesse, sorpreso d’esser stato bene. Mi sentivo come se nel mio corpo circolasse un anestetico buono perché il dolore era svanito, mi sono sentito per un momento sfuggito dalla mia realtà nemica.

Arrivo davanti allo stanzone, la porta è socchiusa e dentro è tutto spento, non c’è nessuno, vorrei che fossi stata tu a venirmi a cercare. Entro, vedo gli scaffali su cui mi ero appoggiato il 18 novembre con il telefono in mano. Mi vedo mentre parlo con te, mi vedo mentre piango. Vorrei prendermi a calci, vorrei dirmi di voltarmi e guardarmi mentre mi sto guardando, ma è inutile. Esco dalla porta e ripercorro i reparti per rientrare in ufficio, la testa mi sta grillando, l’olio continua a sfrigolare, perché non sei venuta a cercarmi questa mattina?

Ore 19:00, esco dall’ufficio e mi dirigo verso il parcheggio aziendale, entro in macchina e parto. Non accendo la radio, perché se mai dovesse passare una canzone malinconica, dovrei azionare i tergicristalli per spazzare via le lacrime. Lungo il percorso del ritorno mi fermo per comprare qualcosa al supermercato. Compro quello che devo acquistare, tanto so già che qualcosa non andrà bene. Recupero la moneta dal carrello, salgo in macchina e mi avvio verso quel luogo ostile chiamato casa. Perché non sei venuta a cercarmi oggi?

Voglio arrivare al più presto e barricarmi nel mio solito mondo. Apro la porta d’ingresso con gli occhi lucidi, nessuno mi saluta quando arrivo, nessuno si accorge del rossore, nessuno si accorge della mia presenza. Avverto la sensazione di essere abbandonato, avverto il rumore dell’acqua infilarsi nervosa nella bocca del canale, avverto quel richiamo sinistro. Arrivano gli insulti per le carote che non erano in lista. Devo andare in doccia, al più presto. Lascio scorrere l’acqua bollente appoggiandomi al muro, l’acqua si mescola alle lacrime ed il vapore mi avvolge in un abbraccio di abbandono.

Come al solito, da mesi ceno in una stanza per conto mio, mastico guardando il piatto e piango mentre in cucina parlano e ridono davanti al televisore acceso. Perché non sei venuta a cercarmi questa mattina?

Ore 21:30, sono già a letto anche se so già che la notte sarà insonne.

Spengo la luce dell’abatjour e come chiudo gli occhi mi ritrovo all’interno del mio mondo, un tunnel senza ingresso e senza uscita. È sempre lì che mi rifugio, intrappolato in un anello buio le cui pareti sono distanti l’una dall’altra. Apro le braccia e stendo i tendini al massimo, ma le mie dita non trovano alcun muro, toccano solo il buio del tunnel. Sono stanco e vorrei appoggiarmi ad una parete, ma se mi muovo non so se sto andando avanti, indietro, a destra, a sinistra o sto continuando a precipitare nell’oblio, ho perso l’orientamento.


Solo la scorsa settimana ti dissi che rappresentavi il muro su cui avevo poggiato la fronte e lasciato scorrere le lacrime senza vergogna, non trovo più quella parete, mi sono perso dentro l’anello.


Ti dissi di averti immaginata finestra attraverso la quale vedevo un nuovo mondo formicolare, qualcuno ha messo le tende oscuranti e abbassato le tapparelle.


Solo la scorsa settimana ti dissi che rappresentavi per me parte di un bagliore che stava animando quel buio pesto che mi sento dentro, non lo trovo più quel bagliore, mi sono perso dentro l’anello.


Vi prego… qualcuno accenda la luce.



Zamu (@mister.zamu)


Viva La Vita Link


La vita è come una delle trame piú difficili da comprendere di George R. R. Martin: ci sorprende, stupisce e ci fa soffrire. La immagino sempre come un turbinio di possibilità che il destino ci mette davanti. Il nostro scopo è sapersi districare tra questi molteplici flussi e cercare di scegliere quello più adatto a noi. Non ho mai trovato una canzone che possa descrivere la melodia della vita così bene come “Viva la vida” dei Coldplay. Un tumulto costante di emozioni, armonia e speranza. Un mix perfetto di destino e storia. Il suono positivo e di gioia che ogni uomo utilizza per compiere al meglio ciò che é destinato a realizzare. Il nostro obbligo morale di utilizzare ogni difficoltá come una possibilitá. Un’esistenza di gioie, pianti, risate, dolore e commozione.


L’utopia dell'umanità positiva. Come una cascata di suoni positivi e ricchi di gioia, nel tuo luogo di alta montagna preferito, con la tua pace interiore, il vento che ti scalfisce il viso, un uccellino che canta, la lontana valanga che non turba la tua serenità mentale.


Quasi come un Singing in the rain, Ballare nella pioggia per raccogliere un arcobaleno di bellezze…. Per aspera ad astra!

VIVA LA VIDA!




Efed (@the_efed)



Un’altra PRIMAVERA sfacciata

di piogge e passioni

di nuovi obiettivi arroganti e impulsivi

Stimola i sensori del corpo che cambia

tra merletti e sentieri

Ho il terror di vederli i suoi brillanti colori

ma sono ormai pronto, Dimentico il ieri….


Quel lunedì di maggio, Rinaldo si era svegliato con questi versi in testa, nel suo appartamento in Jones Street, Greenwich Village, in quell'angolo di mondo che aveva fatto da copertina all’album The Freewheelin' di Bob Dylan. Come ogni mattina aveva preso la sua chitarra e si era recato al Washington Square Park. Davanti a quel marmoreo arco di trionfo aveva trovato il suo misero posto nel mondo, tra le bancarelle di prodotti biologici di Karen e Sheila, due venditrici vegane del New Jersey con strane idee new age per la testa, un po' fuse ma simpatiche nonostante tutto. Aveva preso il suo piccolo sgabello di legno e come ogni altra mattina, vestito di stracci, ricordava il suo passato nella provincia italiana, a se stesso e agli altri.

Ricordava le vacanze di Pasqua in collina dal nonno Alfio, avvocato in pensione con il pallino del jazz, che insegnava a Rinaldo a suonare il piano mentre i suoi cugini giocavano a calcio in cortile. Quel vecchio in un certo senso proiettava su quel nipote un po' strano, quel che non era potuto essere lui fino in fondo. Rinaldo crescendo aveva preferito concentrarsi sulla chitarra. Ma di fatto l’aveva sempre considerata un mero mezzo di accompagnamento alle sue vere ambizioni.

A quasi 50 anni si ritrovava nel cuore pulsante del mondo capitalista, a strimpellare allegramente canzoni impegnate di Lolli, Guccini ed altri cantautori dimenticati, prendendosi l’assoluta libertà di improvvisare e variare i testi ogni volta, tra i visi attoniti e ammirati dei vari immigrati che passavano di lì per caso.

Ad un tratto, come un fiore sbocciato all’improvviso, un’anziana signora si fermò ad ascoltarlo con grande interesse. Era affaticata e sovrappeso ma dopo qualche sguardo, lui, fissandola negli occhi la riconobbe al volo e per l’emozione la voce gli si spezzò in gola. Concluse la canzone che stava reinterpretando: ”for GRACE! ...così il tempo passava sul suo collo di pelliccia e sulla sua persona e quando Rinaldo senza capire disse sì, New York con un sottilissimo sussurro disse: è tutto quel che ho di te, è tutto quel che hai di me…”

“… Ballata, ballata per quattro stagioni

Ormai morte da tempo”


Indesiderata ESTATE

di pensieri nocivi, soffocanti e ossessivi

Nella luce accecante e cocente

mi sciolgo in un vaso di polveri oscene

Tra insetti infernali e freschezze divine

Cresco nell' ombra come un frutto…


A volte quando il sole brillava in cielo e colorava il grigio di quell'isola, Rinaldo sentiva il bisogno di raggiungere Brighton beach. Saliva sulla linea Q della Subway prima dell’alba, quasi sperando di incontrare a bordo quei guerrieri leggendari che aveva visto al cinema nel ‘79 e di accompagnarli sanguinosamente a fare un bagno, sulle note degli Eagles. Poi a quelle ore l’atmosfera era vivibile, Coney Island sembrava ancora un cimitero meccanico abbandonato a se stesso.

Passeggiava sulla passerella in legno semideserta canticchiando Maroon di Taylor Swift, costretto a coprirsi gli occhi con le mani, per evitare di far entrare i granelli di sabbia spostati dal forte vento mattutino.

Ricordava quell’estate a Senigallia, dopo il diploma, passata a “sperimentare” dormendo in spiaggia o a casa della nonna, dove aveva macchiato le sue prime tele osservando il mare, le famiglie e i campi da beach volley.

Ricordava quel suo quadro, in toni di grigio, con quel cerchio inquietante blu al posto del mare per rappresentare quella massa d’acqua come un terrificante scarico di pensieri. Quell’opera era piaciuta davvero molto ad Alan, un giovane e affascinante turista italoamericano che passeggiava sul lungomare.

Così era iniziata la loro turbolenta relazione umana ed artistica. Per tutto agosto si frequentarono in modo assiduo, scambiandosi lezioni linguistiche e collaborando in modo attivo nella creazione di nuove opere. Alan aveva idee chiare, Rinaldo aveva la mano giusta per renderle più oscure e sfocate. Era scappato di casa a diciott'anni con quella sua testa un po matta, tutto sommato era talmente egocentrico da non pretendere di diventare nessuno nel mondo.

“… Ballata, ballata per quattro stagioni

Ormai morte da tempo”


Questo ruvido AUTUNNO

non rimpiange l’estate,

i suoi sfondi arancioni grevi come spuntoni

che fan ricomparire i sassi nel secco

quasi improvvisamente

Contemplo fili d’erba più belli da morti

che appena cresciuti…


“Questa domenica in ottobre non sarebbe pesata così…” amava passeggiare in quella strana metropoli, tanto affollata quanto vuota. In fondo però, questa città che tanto aveva sognato era diventata come una trappola, sia lei che l’America.

Il variegato foliage di Central Park lo riportava indietro di trent'anni, quando quindicenne scorrazzava con gli amici per boschi e sentieri senza curarsi del futuro.

Erano sette maschi, nati tutti ad Avezzano, ed avvezzi a non faticare, a fantasticare, a voler fare gli artisti. Al mattino frequentavano il liceo artistico in via XX settembre. Poi la sera si andava tutti a casa di Giacomo, figlio di un senatore del Pci, ad ascoltare vinili di nicchia e vintage, arrivati direttamente da Roma, a parlare di cinema, politica e arte. Rinaldo era sicuro che sarebbe rimasto lì per sempre e magari avrebbe dipinto paesaggi per i turisti, oppure messo su un complesso musicale per tirare avanti con dignità e non piegarsi alle mediocrità della massa. Poi da un autunno all’altro i suoi solidi e verdeggianti legami con quel mondo si seccarono come la rigogliosa chioma di un tiglio, la sua anima di clorofilla si scollò e trascinato da un vento tutto nuovo s’appoggiò su un altro continente.

Ed uno squattrinato macchiaiolo borghese di provincia aprì così da un giorno all’altro una galleria d’arte nel cuore di Manhattan. Lui ed Alan si trasferirono a Chelsea sulla 24esima, un quartiere ideale per le coppie di artisti. Ed Alan, che era figlio di un cugino di terzo grado della moglie del compianto Henry Kissinger, aveva conoscenze a sufficienza per finanziare la loro relazione e la loro attività artistica. Quando la storia con Alan andò a rotoli, Rinaldo aveva comunque accumulato una discreta fortuna e decise di trasferirsi al village e diventare un musicista di strada. Non era mai stato nelle sue corde fare un lavoro convenzionale, tanto meno dopo questa impensabile svolta internazionale della sua vita, lui, artista era nato e anche a costo di morire di fame e freddo, quello avrebbe continuato a fare.

“… Ballata, ballata per quattro stagioni

Ormai morte da tempo”


Nel freddo INVERNO di suore e barboni

reinvento un avvento tristemente ignorato

nelle mie scelte innevate, tra calici infranti e vecchie ronfate

ritrovo il calore di un mondo in frantumi

Additando le origini che qui mi hanno portato.


La pista di pattinaggio davanti al Rockefeller Center, a questo si era ridotto il suo natale, ad un freddo e gioioso carnevale di consumismo. Contemplava passivamente quell’iconico ed imponente regno del ghiaccio con in mano uno sporco shish kebab che aveva comprato poco prima, all’angolo tra la Madison Avenue e la 47esima strada. Tutto ciò lo faceva tornare indietro di quarant'anni, all’ultima vigilia di natale che aveva passato in famiglia. A quei cenoni chiassosi e pieni di portate e tradizioni. A natale non tutti diventavano più buoni, ma molti tornavano bambini per 48 ore. Quell’anno suo zio Dario “il fenomeno” aveva preso da parte Rinaldo e gli altri suoi nipotini e gli aveva consegnato in segretezza un giornaletto sconcio, c'erano varie star italiane e internazionali. Finí che per evitare litigi fra cugini ognuno strappò una pagina del giornaletto e la nascose dove meglio credeva. A Rinaldo capitó la foto di Grace Slick la musa di Woodstock…

Aveva conosciuto Grace a metà degli anni 90 quando già era l'ombra di se stessa. Lei aveva acquistato una serie di quadri nella sua galleria di Chelsea, e poi si erano bevuti una Retsina in un posto di sua conoscenza ad Astoria. Alan non era andato. Negli anni a seguire aveva saputo poco di lei, se non di alcuni gravi problemi di salute che l’avevano colpita. Fu davvero inaspettato per lui rivederla di nuovo, così all'improvviso la scorsa primavera…

Fantasticando, aveva passeggiato come un sonnambulo fino ad Hell's kitchen, le luci delle auto immerse nella nebbia ormai si stavano trasformando in bagliori sfocati. Il suo inverno americano da attempato artista decaduto, lo portava come ogni fine settimana in un vecchio e polveroso pub irlandese ad ascoltare le melodie ubriache dei Pogues. Beveva sempre un boccale di birra doppio malto con un bicchierino di pregiato irish whiskey Connemara buttato sul fondo. Un piccolo lusso che solo in America poteva concedersi senza essere giustiziato dall'aristocrazia del gusto europea.

In cuor suo Rinaldo pensava che per sbagliati che fossero, questi pseudo-popoli dell’ovest, avevano mantenuto un certo livello di ignorante umanità che ormai scarseggiava nel vecchio continente.

“… Ballata, ballata per quattro stagioni

Ormai morte da tempo

Ballata, ballata per quattro stagioni

Ormai morte da tempo”



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20 novembre 2023 - 5 dicembre 2023

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