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Ricordi senza passato

5 giorni fa
Tempo di lettura: 6 min

Aggiornamento: 5 giorni fa

Illustrazione generata con l'aiuto di un'intelligenza artificiale (ChatGPT – OpenAI)
Illustrazione generata con l'aiuto di un'intelligenza artificiale (ChatGPT – OpenAI)

La consegna


L’idea di questo Duplex è di Igor ed è nata giocando a Marvel’s Wolverine per PS5.
Del gioco, lo hanno colpito i frammenti in cui Logan racconta in prima persona episodi del suo passato in Giappone, di cui ha ormai perso memoria. Leggendoli, si è chiesto: e se potessimo ricordare qualcosa che non abbiamo mai vissuto?
Un luogo in cui sappiamo orientarci, pur non essendoci mai stati. Un lavoro che non è il nostro abituale, ma che le nostre mani sembrano conoscere. Una persona di cui ricordiamo la voce, ma che non abbiamo mai incontrato.

Scrivi in prima persona uno o più brevi frammenti di un passato che non hai vissuto, raccontandoli come ricordi autentici.
Puoi scegliere un’altra epoca, un luogo lontano o una vita molto diversa dalla tua. Parti da qualcosa di preciso: un gesto, un oggetto, una frase, un odore. Lascia che da quel dettaglio riaffiori un momento.
Il ricordo può essere incompleto: potresti aver dimenticato un nome e ricordare perfettamente una risata, conoscere una strada senza sapere dove porti. Non serve spiegare da dove arrivi quella memoria. Prova a farci sentire che, per un istante, lì ci sei stato.



Cesare (@costacesare)


Mia moglie mi aveva infilato due mandarini nella tasca del giubbotto.

"Almeno questi mangiali."

Ne trovai uno schiacciato quando mi rialzai dal pavimento del capannone. Avevo il succo sulla coscia e ricordavo il calore dello scoppio, la trave che mi veniva incontro. Mi tastai la testa. Niente sangue.

Le finestre erano intere.

Rimasi a guardarle, aspettando che cadessero.

Ero arrivato seguendo gli indizi di un omicidio. Ricordavo una catena spezzata all’ingresso, impronte nella polvere. Adesso la catena pendeva chiusa dagli anelli. Per uscire dovetti passare da una porta laterale che avrei giurato non ci fosse.

Chiamai il mio collega. Rispose subito.

"Quanto ci hai messo", dissi. "Sono nel capannone."

"Chi parla?"

Pensai a uno scherzo. Gli dissi il mio nome.

Riattaccò.

In commissariato lo trovai vicino alla macchina del caffè, insieme a Ferri. Si passavano il telefono, ridendo. Da due anni comunicavano soltanto attraverso gli altri, da quando Ferri aveva testimoniato contro di lui.

Mi avvicinai.

Il mio collega smise di ridere quando vide il tesserino.

"Dove l’ha preso?"

Gli ricordai il turno di Natale, la notte in cui gli avevo prestato la macchina per portare sua madre in ospedale. Ferri gli chiese se mi conoscesse.

Lui scosse la testa.

Alle loro spalle c’era il ritratto del presidente. Lo fissai tanto a lungo che mi domandarono se stessi bene. Quell’uomo aveva perso le elezioni. Ricordavo mia moglie sul divano, soddisfatta, con i piedi sotto le mie gambe.

Uscii prima che decidessero di trattenermi.

La città aveva lo stesso traffico. Sapevo dove attraversare per evitare il semaforo, quale marciapiede si allagava quando pioveva. Il bar all’angolo aveva le tende verdi. La mattina erano rosse.

Davanti a casa cercai le chiavi.

La serratura non girò.

Suonai e sentii i passi di mia moglie. Mi appoggiai allo stipite. Solo allora cominciai a tremare.

Aprì con la catenella inserita.

"Anna."

Guardò la mia mano sulla porta.

"Cosa vuole?"

"Mi è successo qualcosa."

Una bambina arrivò dietro di lei e le si aggrappò alla maglia. Aveva forse sei anni. Dal soggiorno un uomo domandò chi fosse.

Anna rispose senza voltarsi.

"Non lo so."

Vidi il nostro tavolo. La sedia su cui lasciavo il giubbotto era occupata da un seggiolino. Sulla parete c’era una fotografia di Anna in abito da sposa, accanto all’uomo che ora si avvicinava.

"Deve andare", disse lui.

Cercai di parlare a lei.

"A otto anni tua madre ti lasciò sul pianerottolo perché avevi rotto il piatto blu. Si dimenticò di farti rientrare. Dormisti davanti alla porta."

Anna strinse la bambina contro di sé.

"Chi gliel’ha detto?"

Ricordavo quando me l’aveva raccontato. Le tenevo i piedi tra le mani. Aveva pianto quasi senza rumore e io avevo passato la notte sveglio, attento che la porta della camera restasse aperta.

"Tu."

L’uomo mise una mano sulla catenella.

"Se torna, chiamo la polizia."

Anna lo fermò, soltanto per dirmi:

"Non si avvicini più ai miei figli."

Mi chiuse fuori.

Sul telefono avevo ancora i suoi messaggi. Quello della mattina diceva: Stasera torni per cena?

Scrissi: Sto cercando.

Il messaggio rimase in attesa.

Entrai in biblioteca perché conoscevo il posto e nessuno mi fece domande. Al computer cercai l’esplosione. Nessuna notizia. Cercai il capannone, poi il nome dell’azienda.

Trovai un video sulle ricerche condotte lì.

Lo feci partire due volte.

Una donna parlava di Schrödinger, di due esiti che potevano esistere insieme. Alle sue spalle riconobbi le finestre del capannone.

"Abbiamo rilevato un contatto tra le due configurazioni", diceva. "La difficoltà è stabilire che cosa attraversi il contatto. E se il percorso inverso conduca davvero al punto di partenza."

Mostrò un filmato. Una lastra di cemento si abbassava sotto il peso di un attrezzo, lasciandolo affondare. La superficie tornava liscia.

Fermai l’immagine.

Era il punto in cui mi ero risvegliato.

Quando tornai al capannone era già buio. La porta laterale era aperta.

Trovai il mandarino schiacciato sul pavimento. Accanto, il cemento aveva cominciato a incresparsi. Mi inginocchiai e ci posai una mano.

Era caldo.

Non c’era un conto alla rovescia. Eppure sentii che, se mi fossi alzato per pensare, non avrei più avuto niente a cui tornare.

Il pavimento cedette sotto le dita.

Da sotto arrivò un respiro. Poi una mano mi afferrò il polso.

Cercai di tirarmi indietro. La stretta aumentò e sentii un anello contro la pelle.

Pensai ad Anna che sparecchiava per una persona sola. Al telefono vicino al piatto. Ai mandarini che non avevo mangiato.

Spinsi l’altra mano nel cemento.

Mentre affondavo, cercai con il pollice il piccolo taglio sulla fede di mia moglie.

La mano mi trascinò prima che riuscissi a trovarlo.



Igor (@gribyslab) 


I.
Ricordo il profumo di neonato rimasto sulla mia camicia. Lo cercavo abbassando il mento verso la spalla: latte, pelle calda, qualcosa di dolce che il sapone non riusciva a portare via.
Elaine mi aveva sistemato il bambino fra le braccia.
«Sotto la testa. Mettigli la mano sotto la testa.»
Mi tremavano le dita. Avevo bevuto prima che arrivasse e speravo che non se ne accorgesse. Lei mi sorresse il gomito senza dire niente.
Era novembre, a Torino, nel 1842. Dalla strada arrivavano le ruote delle carrozze e le bestemmie di un uomo che scaricava legna. Il bambino aprì la bocca, cercò qualcosa contro il mio petto e tornò a dormire.
Non ricordo come si chiamasse. Ricordo che rimasi seduto anche quando cominciò a farmi male il braccio, perché Elaine ci aveva coperti con uno scialle e non volevo svegliarlo. II.
La tazza aveva una crepa vicino al manico. Elaine sosteneva che prima o poi mi sarei ritrovato il tè sulle ginocchia, ma continuava a servirmelo lì.
Adoravo il tè verde con il latte. Mi piaceva guardare il colore cambiare mentre lei riempiva la tazza. Poi ci soffiavo sopra, tenendola con entrambe le mani.
Sul tavolo c’erano le pagine di un racconto che nessuno voleva comprare. Le lessi a Elaine mentre rammendava una calza, seduta vicino alla finestra.
«Questo è morto da tre pagine», disse. «Deve proprio continuare a parlare?»
Risi e mi versai del tè sul polso.
Amavo Elaine soprattutto in momenti come quello, quando posava il lavoro sulle ginocchia per spiegarmi dove avevo sbagliato. Io fingevo di difendere il racconto. Intanto avvicinavo la sedia alla sua.

III.
Di notte sentivo battere piccoli martelli nella stanza.
Accendevo la candela e le vedevo sulla scrivania: macchine di ferro, con file di bottoni segnati da lettere. Ogni bottone muoveva un’asticella che colpiva un foglio avvolto intorno a un rullo. Il rumore era secco, fitto. Le parole comparivano già dritte, tutte della stessa misura.
Sapevo usarle. Questa è la cosa che ricordo meglio. Appoggiavo le dita e sapevo dove trovare ogni lettera.
Avrei potuto scrivere i miei racconti prima di dimenticarne la fine. Avrei consegnato pagine pulite, senza dover ricopiare tutto quando rovesciavo il vino.
Una volta svegliai Elaine per mostrargliele.
Lei rimase sulla porta, scalza, poi venne a sedersi accanto a me. Mi tolse la bottiglia da sotto il tavolo.
«Vieni a letto.»
Le chiesi ancora un momento. Volevo almeno finire la frase.
Al mattino trovai la piuma sul pavimento. Sul foglio c’erano quattro lettere, poi un lungo graffio che arrivava fino al bordo.



𝐷𝜇𝜌𝑙𝜀𝜘 𝜌𝜎𝜀𝜏𝜄𝑐𝛼

21 settembre 2026 - 20 ottobre 2026

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