mgic
- Igor Gribaldo

- 18 feb
- Tempo di lettura: 4 min

Scrivo queste parole mentre ho ancora nelle orecchie il ronzio dell'Unipol Arena. Venerdì scorso, il 13 febbraio 2026, ho compiuto 31 anni e domenica, il 15 febbraio 2026, sono sceso a Bologna per il concerto di mgk, un’artista americano che ascolto da più di dieci anni la cui particolarità è stata quella di nascere come rapper per poi evolversi come cantante pop-punk, fino a diventare un artista poliedrico che unisce generi distanti da loro (sapete cosa mi ricorda? La filosofia di Griby’s Lab, che si basa sui contrasti forti). In precedenza ero stato ad un altro suo concerto, il 27 settembre 2022 al Mediolanum Forum di Assago (Milano). Negli anni ho visto il pubblico variare assieme al genere. Chi lo ascoltava per il rap lo ha ormai abbandonato anni fa, chi lo ascolta per il punk rock si annoia quando nei live canta i pezzi rap.
E poi ci sono quelle perle rare, come il sottoscritto, che lasciano le proprie corde vocali ad ogni pezzo. Indipendentemente che sia rap, rock o country.

mgk l’ho scoperto perché me l’aveva segnalato l’artista che ho amato negli anni del liceo, il rapper YelaWolf. Ho sempre creduto che se qualcuno mi avesse chiesto chi era l’artista della mia vita avrei risposto senza dubbio lui, Yela.Ma durante il concerto di domenica scorsa ho maturato un pensiero nuovo: mi sono reso conto che mgk è stato l’artista dei miei vent’anni.
La sua carriera ha spiccato il volo tra il 2010 e il 2012, per poi crescere sempre più fino al 2017 e venire consacrato come super-celebrità americana nel 2020 con l’album Tickets to My Downfall.Ho ascoltato ogni singola traccia fin dal 2013 e mentre io crescevo e acquisivo consapevolezze su chi ero, superavo le felicità e le tragedie della vita, lasciavo e trovavo amici la sua musica era sempre lì.
Sono certo che ciascuno di voi abbia un artista simile.
Ci sono innumerevoli coincidenze con la sua musica e il suo vissuto (qui potete leggerne alcune) e ci sono momenti difficili che ho superato in sua compagnia. Una delle cose che preferisco è il fatto che anche mgk abbia il 13 come proprio numero preferito (è anche il mio semplicemente perché sono nato il 13 febbraio) oppure la bella coincidenza (nella foto sopra) che quel documentario fosse uscito proprio in un periodo in cui lavoravo maggiormente al portfolio Best People Write (su Instagram e TikTok trovate svariate foto e video in cui propongo ritratti di persone che usano macchine da scrivere).
Sono ovviamente cosciente che si trattino di cose che fanno tutti i fan, quella di ricercare coincidenze per sentirsi legati per davvero al proprio idolo (sono cresciuto anche con Stephen King, Misery mi avrà pur insegnato qualcosa). Ma, chi mi conosce dal vivo lo sa, ho due parole che amo: oggettivo e magia. Mi piace analizzare le situazioni in modo oggettivo e adoro credere di dover lasciare un po’ di spazio alla magia per stare al mondo (intendetela come vi pare, che sia un miracolo perché siete religiosi o che sia esaltarsi perché l’artista che amate ha il vostro stesso numero preferito).
Ecco, con Colson (nome vero di mgk) riesco a trasmutare la magia che intendo in suoni. Man mano che passano gli anni è sempre più difficile restare connessi al proprio io bambino e non diventare cinici. Artisti come lui, hanno la pozione magica per alimentare questa connessione.
Nell’aprile 2024 stavo riversando tutte le VHS e MiniDV in digitale e mi ero ritrovato un video di me bambino, nell’agosto 2004, che diceva “…e questo momento me lo ricorderò per sempre.” Fulmine, il giro di chitarra della base della canzone di mgk & Trippie Redd summer's gone, uscita qualche settimana prima, definiva sonoramente la sensazione di nostalgia e struggimento che ho quando riguardo quel filmino.
Come dicevo prima, mgk ha definito i miei vent’anni. Potrei citarvi una canzone per ogni anno di quel decennio (qualcuno magari si ricorderà i 27 anni). E con ciascuna canzone potrei piangere lacrime di felicità.
Durante la serata di Bologna nella mia testa scorrevano questi pensieri, e quando Colson giocava con il pubblico mettendo qualche pezzo di questi ultimi dieci anni tornavo immediatamente alle persone che frequentavo al tempo. Con alcune di loro non ho più contatti, altri invece hanno proprio lasciato questa terra e altre ancora credo che odino con tutto il cuore mgk perché gli riporta alla mente quanto gli abbia rotto le palle con questa musica.
Ad ogni modo, tutto questo testo solo per dirvi che il mio pellegrinaggio a Bologna è stato vissuto come lo Scrittore che vaga nella Zona (un territorio rurale desolato e in rovina, dove le normali leggi naturali sono sovvertite per cause ignote) nel film Stalker (1979) di Andrej Tarkovskij.
Ho visto volti del mio passato e emozioni prendere forma sul palco accanto alla band di mgk. E quando capita questo ad un concerto, si può dire che la fatica del viaggio e dell’attesa sia stata pienamente ricompensata (questo invece me l’ha insegnato Springsteen :P).





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